E’ finita la scuola, il mio quarto anno, sono soddisfatto ho l’estate davanti e poi la quinta , durante la quale, voglio rendere il massimo. Ad agosto compirò i tanto sospirati diciotto anni. Mio padre è orgoglioso di me, per il mio impegno e per il mio comportamento, sa che anche all’esame dell’accademia di ballo avrò un buon risultato. Un sabato mattina mi porta in una concessionaria e mi fa sedere in una scintillante Ford Fiesta di colore bianco, è completa di tutti i comfort è fantastica. Mi chiede se mi piace e mi dice che è mia e che la ritireremo i primi di settembre appena avrò il foglio rosa. So che papà avrà fatto un prestito per comprarmi l’auto, so che ci tiene e che sono la sua vita. La mamma mi dice che, per il mio compleanno, il mio maestro di ballo mi offrirà la sua sala da ballo per organizzare una festa, mamma e le sue amiche hanno già organizzato tutto ci saranno molti invitati e sarà una festa fantastica. Mi sembra tutto talmente fantastico che quasi non ci credo! Avrò i campionati a luglio, un esame accademico e poi mi aspetta un mese a Riccione, concerti e divertimento! Sono fortunato, sono felice! L’indomani papà si alza con la febbre, non ha voce dice che non va al lavoro, la mamma lo guarda con aria preoccupata, non succede quasi mai che papa’ non vada al lavoro. Vado in cucina a fare colazione e la mamma mi dice che porterà papà da un otorino, non è tranquilla. Io devo dare una mano ad un’amica della mamma in ufficio, per qualche giorno vado al lavoro senza pensarci più di tanto. Nel pomeriggio mando un messaggio a mamma , mi dice che papà ha una paralisi delle corde vocali e dovrà fare una tac urgente, sento un brivido, papà è giovane ha 41anni non sarà nulla di grave. Continuo il mio lavoro….

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L’indomani sono di nuovo al lavoro sento la mamma che chiama la sua amica, quella con cui sto lavorando , lei si alza e si allontana. Scrivo alla mamma, immagino sia capitato qualcosa che non mi vuole dire, ma so che mia madre non mi nasconde mai nulla che non mi ingannerebbe mai. Le scrivo un messaggio, la  mamma dice che sta portando papà al pronto soccorso perché tossisce sangue vuole vedere se gli fanno una tac subito, le dico di farmi sapere appena fatto. Passano diverse ore, cerco di concentrarmi sul lavoro ma sento la bocca dello stomaco attanagliata da un mostro che mi morde le budella.

La scoperta della malattia di papà

Squilla il telefono dell’amica di mia madre, diventa pallida, si allontana rimane al telefono diversi minuti e ritorna. Le chiedo se posso chiamare mia madre, nel frattempo, il mio cellulare squilla è la mamma, la sua voce trema è cupa, non sembra nemmeno lei: -” Gabri “, dice: -“ci vediamo tra poco a casa, a papà hanno trovato qualcosa ai polmoni, ne parliamo a voce a casa tra mezz’ora.” Rimango impietrito avvolto in un’aura scura, sicuramente non sarà un tumore, o forse si, papà forse dovrà subire un intervento, cavolo! Che brutta cosa, penso, ma poi mi dico dovesse anche essere così dopo l’intervento farà chemio, radio e terapie varie ma poi potrà guarire. Mi faccio coraggio e vado a casa. Entro in casa e papà è seduto sui gradini, con lui una nostra amica che fa l’infermiera, Manuela, ha gli occhi pieni di lacrime, papà ha la testa china non riesco a vedere il suo viso. Nel corridoio i nonni, immobili come statue, fissano la mamma che è al telefono e dice a qualcuno che tra un’ora saremo là. La mamma chiude la telefonata, dice a Manuela di rimanere con papà un attimo, mi prende per mano e mi porta fuori, camminiamo lungo il marciapiedi la mamma ha il volto solcato dalle lacrime, mi dice che papà ha diversi tumori ai polmoni che non sono operabili, che hanno chiamato un’oncologa apposta per dargli questa notizia perché i medici del pronto soccorso non ne avevano la forza. Mi ha detto che sono tornati a casa a prendere le cose di papà e che devono tornare subito in ospedale, perché papà domani dovrà essere sottoposto a una broncoscopia e che potrebbe morire durante l’esame perché ha un’emorragia in atto, all’interno del polmone sinistro. Dico alla mamma che domani voglio essere presente e annullo tutti i miei impegni. La mamma mi guarda, è vulnerabile, indifesa come non l’avevo mai vista, un lato di lei fragile, delicato: -” Gabri saremo io e te a dovere combattere questa battaglia con papà”, dice, mi chiede se ne avrò la forza, mi chiede di essere forte. Io sono impietrito chiudo e riapro gli occhi per cercare di ragionare, per capire se è solo un incubo, è impossibile, non può essere vero, non sta succedendo. Mi sento scivolare all’indietro come se stessi per cadere nel vuoto, come se un mantello nero mi stesse avvolgendo per tirarmi verso il basso, verso il vuoto.

La mamma è ancora davanti a me con quello sguardo che sembra essere una finestra sul suo cuore lacerato, le dico di stare tranquilla che staremo uniti, che ancora le cose non sono disperate e che sarò al suo fianco sempre. Certo che ce la faccio, certo che voglio esserci è mio padre il mio mito, il mio compagno di giochi e allo stesso tempo il mio severo maestro. Torniamo a casa, papà non si è mosso è ancora seduto sulle scale, la mamma lo prende per mano, andiamo in macchina, papà piange, lo abbraccio gli dico di stare tranquillo che noi siamo con lui, gli stringo la mano fino a che non scendiamo dalla macchina.

Il ricovero in ospedale

Arrivati in reparto, ci accoglie l’oncologa una donna bionda col viso dolce e l’atteggiamento materno, si avvicina a mio padre e mia madre e li abbraccia. Ci accoglie come vengono accolti gli attori ai talk show, annunciandoci agli infermieri che la circondano e ci guardano come fossimo alieni, ostentando normalità. Ci accompagnano in camera, è a due letti, l’altro letto è occupato da un uomo dalla pelle grigiastra deve essere di origine pakistana, sorride e saluta. Sistemiamo papà a letto e arrivano una coppia di nostri amici, la migliore amica di mia madre, Sabia, dice che domani verrà lei con noi al Maggiore, per la broncoscopia. Papà, invece, andrà in ambulanza. Io e la mamma andiamo a cercare la dottoressa, incontriamo il pneumologo, la mamma lo conosce, ci fa cenno di entrare nel suo studio, mi presento e lui mi accenna un sorriso. Ci dice che, da quello che risulta dalla tac, il tipo di tumore di papà sembra essere molto aggressivo e che è posizionato in una zona terribile: a manicotto intorno all’arteria polmonare. Se l’arteria dovesse cedere, mio padre morirebbe nel giro di due minuti, ci dice che la broncoscopia è un ulteriore rischio per la rottura dell’arteria ma che bisogna farla perché entrambi i polmoni presentano masse e pacchetti di linfonodi di dimensioni simili ed è importante stabilire quale di questi sia la madre e quali i secondarismi. Chiedo che cosa significhi secondarismi, sono le metastasi dice la mamma. Ho paura che la mamma stia male la guardo sempre, mi sento la morte nelle budella vorrei scappare, urlare, dare pugni, ma il mio pensiero va a lei la vedo distrutta, impaurita e temo di perdere anche lei, è il mio sostegno non posso guardarla in questo modo, ma devo, sono tutto ciò su cui può contare e io sono uomo, ormai devo esserle di sostegno. Il pneumologo ci congeda dandomi una botta sulla spalla e dicendoci di tenere duro. Torniamo in camera, è arrivata la mia ragazza Giorgia, con suo padre, Angelo, lui e mio padre sono stati molto uniti da quando si sono conosciuti, io e Giorgia siamo fidanzati e balliamo insieme da quando facevo le medie, siamo cresciuti insieme e i nostri padri sono come fratelli. Usciamo nel corridoio Angelo piange dice alla mamma di contare su di lui, che ci sarà in ogni minuto, stessa frase che aveva detto Sabia; lei e mia madre si sono conosciute quando io facevo la materna con sua figlia Melissa, e hanno un’amicizia che va oltre, sono come sorelle, ma anche di più, non hanno neanche bisogno di parlarsi per capirsi. La mamma mi dice di andare a casa con Sabia e che ci vedremo domattina, lei resterà con papà, la mamma ha ottenuto dall’oncologa il permesso di restare sempre con papà, anche durante le visite mediche. A casa sono solo, ho cenato con la nonna, mi ha chiesto se voglio compagnia, ho bisogno di pensare, di capire, che silenzio!! I miei gatti e il cane mi guardano come per dire: _”Beh, dove sono i tuoi genitori?” Ma poi perché papa’? Il nonno a Natale sembrava grave, aveva noduli ai polmoni, la nonna ha sempre delle trombosi e la mamma si ammala ogni volta che mi ammalo io e ha una malattia genetica che le da dei problemi. Papà invece si lamentava di non ammalarsi mai, diceva che non prendeva mai nemmeno il raffreddore e così non aveva mai la scusa per riposare. Lui è quello che va sempre, che torna con le mani piene di calli, si fa una doccia e risale in macchina per portarmi a lezione di ballo. Ha perso la mamma quando io dovevo nascere, lei aveva 49 anni, un cancro al seno finito con metastasi polmonari e ossee, la mamma mi ha detto che quando la dottoressa ieri gli ha comunicato della malattia, la mamma gli ha detto che sarebbe dovuto stare con lei tutta la vita che doveva guarire, lui ha detto che avrebbe fatto il possibile e poi l’ha guardata e ha detto: -” Ormai Gabri è grande, male che vada andrò da mia mamma”. Lui che ha perso la mamma troppo presto, che ha solo me come ragione di vita, che mi protegge sempre a tutti i costi a volte anche troppo. La mattina dopo arrivo in camera e papà mi sembra un bambino spaventato ha uno sguardo che urla terrore, mi abbraccia, la mamma dice che quando mi vede cambia aspetto. Arriva un infermiere che lo porta sull’ambulanza, lo guardiamo salire come una madre guarda i bambini il primo giorno di asilo, sorridiamo con quei sorrisi finti di chi ha nello stomaco la falce della morte che fa il girotondo. La porta dell’ambulanza si chiude, io e la mamma ci guardiamo come se ci avessero portato via un neonato, come se ce lo avessero rapito. La mamma scoppia in lacrime mentre con Sabia saliamo in macchina, io sono devastato non piango, la gola mi stringe forte, mio padre l’uomo che mi ha protetto fino ad oggi, adesso è come un pulcino indifeso , mia madre, la donna forte che ha sempre un sorriso per me, sempre una parola di incoraggiamento, lei che sa sempre come e cosa fare ora è qui distrutta dal pianto e dai singhiozzi, senza un filo di voce per parlare, mi sento solo e indifeso, ho un laccio attorno alla gola che mi soffoca, devo essere forte stringo la mano alla mamma, la accarezzo e le dico che sono con lei. Arriviamo al maggiore, piove, l’atrio è immenso ci guardiamo intorno sperduti e chiediamo informazioni ci dicono che papà è al tredicesimo piano; l’infermiera ci dice che ci avviserà appena la broncoscopia sarà finita. L’attesa è interminabile, esco dalla sala d’aspetto e chiamo il nostro medico di famiglia, so che si è già sentito con la mamma ma ho bisogno di fare qualcosa, di sperare in qualcosa, mi dice che la situazione è grave di tenere duro che sa che sono un ragazzo forte, gli parlo della mamma sono preoccupato del suo crollo, mi dice di non preoccuparmi che la mamma è forte e che anche io dovrei piangere per liberarmi dal dolore. Papà e mamma avranno avuto certamente le loro discussioni, qualche volta discutevano, bisticciavano, ma non c’è mai stato un solo giorno della mia vita in cui non siano stati con me, potevano anche essere arrabbiati tra loro, ma quando era ora di accompagnarmi o di fare qualcosa per me c’erano e c’erano insieme, così che poi facevano pace e tornavamo il solito trio spensierato, le loro mani che da bambino mi prendevano, io piccolino lì al centro che facevo la capriola e loro ridevano e io ero felice, al sicuro. Perché a me? Pensiamo sempre che queste cose così terribili debbano sempre succedere ad altri che i nostri genitori siano immuni, io lo vedevo giovane, forte sempre attivo. Sono passate 4 ore e finalmente l’infermiera ci dice che papà ha finito e che lo stanno riportando indietro, mentre torniamo in macchina la mamma ci racconta di avere passato parte della notte a parlare con le infermiere, che tutte sono colpite da quello che ci sta succedendo. Dice che le tengono compagnia durante i momenti di sconforto. La mamma resta sempre in ospedale le sue amiche non la abbandonano a turno vanno a farle compagnia, ha ragione quando dice che gli amici sono importanti e che gli amici si vedono nel momento del bisogno.

I medici ci descrivono la situazione

Il giorno dopo i medici ci chiamano nello studio e ci illustrano la situazione, l’arteria rappresenta una minaccia e dobbiamo prepararci al peggio in qualsiasi minuto, gli faranno una tac total body per vedere se ci sono metastasi negli altri organi. La mamma dice che solo io e lei siamo autorizzati a ricevere informazioni sulla salute di papà e chiede se potremo portarlo a casa, il primario dice che valuterà la situazione, guarda mia madre stringendole tutte e due le mani; io sono al suo fianco, sono lacerato dal dolore sono stanco di sentire brutte notizie, è come se qualcuno mi desse in continuazione pugni in faccia, senza tregua, senza speranza e ogni volta che varco la soglia di uno studio medico mi sento come Dante davanti alla porta dell’inferno, il primario le dice che ha chiesto di andare in pensione in anticipo perché non ce la fa più a dare queste comunicazioni a gente come noi. Capisco che dietro quei camici bianchi che noi crediamo così impassibili, si nascondono uomini con grandi cuori vulnerabili, che si devono arrendere ai limiti della medicina. Ci chiedono se abbiamo bisogno di sostegno psicologico, la mamma dice che abbiamo un amico psicologo che ci conosce da sempre e che ci seguirà lui. Si chiama Antonio la mamma lo chiama e andiamo subito da lui, ci dice di essere esperto anche in tanatologia, accompagnamento alla morte, ci da consigli veramente utili su come comportarci con papà, la mamma gli racconta cosa sta succedendo con i nostri amici, che sono tutti al nostro fianco in qualsiasi momento che la mia fidanzata che sembrava la più paurosa del mondo è la prima a stare seduta vicino a papà, Sabia che sembra una persona fragile è sempre vicino alla mamma e Angelo disperato come un fratello viene e lo porta a vedere la televisione. Lo psicologo ci guarda e dice, siete fortunati ad avere degli amici così , avete seminato bene. La mamma non viene mai a casa, appena posso corro da lei, in ospedale, qualche volta usciamo di sotto in cortile, la mamma fuma una o due sigarette e piange, mi chiede di piangere con lei, sono distrutto i miei occhi scoppiano ma resto di pietra; le persone ci passano intorno e ci guardano penseranno che abbiamo perso un nonno una persona anziana, i medici spesso quando ci vedono da lontano abbassano lo sguardo non capisco se per compassione o per evitarci, per evitare che gli facciamo domande, alle quali ci possono rispondere solo con qualcosa che anche loro provano dolore a pronunciare. La mamma mi dice che mi aveva preparato, tutti giorni mi ricordava che la vita ti prende a sberle, che bisogna sempre saper guardare in faccia ai problemi e che il sapere ti aiuta, aveva ragione, forse se lo sentiva, quando da piccolo mi spronava a non avere paura a tentare di imparare ogni cosa, quando mi ha insegnato a essere indipendente abituandomi a fare compere da solo a gestire i conti di casa, quando mi ha portato in ospedale a vedere i bambini ammalati, quando mi ha a lungo assillato con l’olocausto per insegnarmi che nessuno è padrone della vita degli altri, che ogni vita è preziosa, quando mi ha messo al corrente dei problemi di salute dei nonni spiegandomi tutto, quando mi ha promesso che per nessun motivo al mondo mi avrebbe ingannato, che avrei sempre saputo la verità.

Un secondo consulto

Continuo a pensare, possibile non ci sia nemmeno una speranza? La nonna aveva fatto la radioterapia al Bellaria il suo oncologo era un mito, vado a chiederle il nome, voglio chiamarlo forse mi riceverà; ricordo che la nonna mi disse che è una persona sempre molto disponibile. Chiamo il reparto e riescono a passarmelo, gli ricordo di mia nonna e gli chiedo se può ricevermi, per visionare le carte mediche di mio padre, la sua risposta è una ventata di  aria fresca: – ” certo anche oggi stesso!” Ci sono medici stupidi, che si rendono irraggiungibili, e medici che conoscono la sofferenza e la gravità delle malattie e sono veramente unici, umani, da premiare. Ha ragione mia nonna quando dice che, ci sono ricercatori e medici che guadagnano una miseria rispetto ai calciatori. Mi faccio accompagnare dal nonno al Bellaria, dopo una breve attesa il medico mi fa cenno di entrare nel suo studio, mi presento e gli spiego velocemente il nostro caso, non voglio fargli perdere tempo, è già stato anche troppo disponibile. Con molta calma, senza prendere i fogli che ho in mano, mi chiede il nome di papà e accede alla sua scheda tramite pc, mi spiega che gli ospedali del distretto di Bologna sono tutti collegati e può visionare tutto dal suo pc, passa qualche minuto, legge con attenzione e con volto severo; continuo a guardarlo cercando nel suo viso un appiglio, una speranza, qualsiasi lieve cenno che mi faccia pensare che non è come ci è stato detto. Alza lo sguardo e con viso disteso, mi dice che siamo in buone mani e che la dottoressa che segue papà ha scelto la strada migliore, che i protocolli previsti per questi casi sono uguali in tutta Europa e che l’unica soluzione possibile nel nostro caso è tentare di alleviare i sintomi attraverso la chemioterapia, che a volte allunga di qualche piccolo periodo la vita. Mi dice tutto questo in maniera talmente rassicurante, che quasi mi sento al sicuro, li sulla sedia del suo studio, penso che gli ho fatto perdere fin troppo tempo e che devo andare ma quando accenno ad alzarmi il dottore mi dice di restare, mi spiega di che tipo di cellule è fatto il tumore di papà e mi dice che quando esistono metastasi l’intervento è impossibile. Mi spiega che, purtroppo, di questi casi ce ne sono tantissimi e mi lascia il suo numero di telefono e la sua mail assicurandomi di seguire il percorso terapeutico di papà attraverso il pc, mi dice che se dovesse notare qualsiasi possibilità o qualsiasi cosa sulla quale non è d’accordo interverrebbe immediatamente, e di chiamarlo quando voglio. Esco, con in mano il foglietto consegnato il suo numero di telefono, lo tengo stretto come se fosse uno scrigno che contiene qualcosa di prezioso, ragiono, non ho risolto nulla, nulla è cambiato e allora perché mi sento sollevato? Perché anche questo medico è stato umano e accogliente nei miei confronti, perché mi sto accorgendo che esiste una parte di mondo e di persone fatta di sentimenti che giornalmente non proviamo, perché anche nel più buio dei bui c’è una mano luminosa che si tende per cercare di non farmi sentire solo. Avevo pensato, che dopo la maturità avrei fatto l’infermiere, ora non lo so, non so più niente, non so se ogni malato mi ricorderà questo strappo che sento ora nell’anima. La mamma mi propone di prendere tempo, per noi in futuro, e di fare volontariato per le persone che soffrono come papà, le dico che al momento non me la sentirei proprio che ci penserò. Perché succedono queste cose? Esiste Dio? Perché proprio il mio papà? Sua madre è morta a 49 anni, andrà da lei? Non voglio che lui vada via da noi, non voglio che resti solo. Non è giusto. Perché vedo letti pieni di anziani di 90anni e oltre che non hanno più nulla da dare e vegetano per mesi, perché il mio papà? E’ una punizione per noi, per me e la mamma? E’ una punizione per lui? E’ per qualcosa che abbiamo fatto nelle vite precedenti? Ho letto da qualche parte che siamo noi a scegliere il nostro destino prima di nascere, perché dovremmo scegliere un simile destino? Siamo solo ammassi di cellule e dopo la morte siamo finiti? Devo veramente lasciare il mio papà e non vederlo mai più? La parola finiti mi chiude le orecchie e i polmoni, mi soffoca come se una colata di cemento mi stesse stringendo e, allo stesso tempo, come se fossi un puntino minuscolo perso nell’universo, devo bloccare il ragionamento altrimenti impazzisco. Papà voleva che mi facessi un tatuaggio, gli ho sempre detto che forse lo avrei fatto, si lo farò voglio tatuarmi i nomi dei miei genitori, chiamo la cugina di mia madre Patty lei ne ha tantissimi di tatuaggi, le chiedo se ha voglia di accompagnarmi a farne uno e le dico cosa ho intenzione di tatuarmi. Mi richiama dopo cinque minuti dicendomi che nei prossimi giorni mi accompagnerà lei dal suo tatuatore. Lo dico solo alla mamma, voglio che per papà sia una sorpresa. Nel pomeriggio consulto il registro elettronico e vedo la mia pagella, è veramente bella, la mostro a mamma che mi abbraccia forte, uno di quegli abbracci che ti fanno passare la paura di tutto caldo e protettivo, la mamma porge il telefono a papà, sorride e poi scoppia in lacrime, è orgoglioso di me nelle sue lacrime l’amore forte di padre e la struggente consapevolezza di doversi allontanare da me, ragione della sua vita.

Il ballo

Ho abbandonato gli impegni di ballo per qualche giorno ma tra poco avrò i campionati; parlo con i miei insegnanti dicendo che non posso garantire di andare, ho un esame da preparare , non riesco a studiare, fortunatamente ho studiato durante l’anno e ricordo quasi tutto. La mamma dice che devo andare, continuare a fare le mie cose, ma io la vedo so che mi vorrebbe sempre al suo fianco e anche papà. I miei pensieri si annebbiano, il lavoro di un anno condiviso con Giorgia, con i compagni e con gli insegnanti, la soddisfazione che potrei dare a mio padre se ottenessi un buon risultato, poi il lato oscuro pensieri di paura , senso di colpa, lasciare la mamma da sola qualche giorno a combattere da sola questa penosa battaglia, andare a dormire senza avere visto per un solo giorno gli occhioni di mio padre, che per me ora è come un piccolo essere indifeso. Tutti mi dicono che sono un grande, i medici hanno detto a me e mia madre che per sopportare queste situazioni, come stiamo facendo noi, ci vogliono i coglioni. Ma io in realtà ho paura e ho paura di cadere nella paura, questa sofferenza da cui cerco di scappare, facendo un sorriso, dicendo a tutti di non preoccuparsi per me, prima o poi verrà a prendermi e dovrò guardarla dritto in faccia e fare i conti con lei. Ho paura per lui, per me, per mia madre. Ho paura di quello che dovrò ancora vedere, ho paura che arrivi un giorno in cui questo peso sarà troppo pesante e il mio cuore scoppierà per il dispiacere. Ma non riesco, non piango, tengo duro, temo che se iniziassi a piangere poi non riuscirci a smettere mai più; perché questo è un dispiacere grande, troppo grande, un dolore così forte che supera quello fisico e che ti butta nel vuoto senza appigli, e io ho il terrore di continuare a cadere nel vuoto. Mia madre mi dice che devo lasciarmi andare, che non si scappa dal dolore, che dobbiamo nuotarci dentro finché, insieme, avremo la forza per tornare a galla piano piano. Cosa farò?

Il tatuaggio

La mattina dopo vado dal tatuatore con Patty e la Gio, ho paura ma penso che questa paura non è nulla a confronto del dolore che ho nel cuore, penso a papà a come sarà felice quando vedrà il tatuaggio e sorrido, è un modo per soffrire meno, per fare un regalo a papà, per dirgli sarai sempre parte di me non solo nel mio cuore ma anche sulla mia pelle. Il tatuatore ha un aspetto bizzarro la sua lingua è tagliata in due come quella dei serpenti non so se ridere o preoccuparmi, mi fido della Patty, penso di essere in un posto sicuro, spero, la nonna ieri mi ha detto di tutto, che mi verrà un’infezione, che prenderò delle malattie e via discorrendo…. La mamma invece mi ha detto di stare tranquillo e io so che la mamma è sicura, le parole di mia madre per me sono sacre, ho fiducia in lei ed è l’unica persona a cui affiderei la mia anima se la dovessi lasciare in deposito per un certo periodo, lei è sempre così avvolgente con me, e anche ora che ha paura ed è fragile resta un sole che mi illumina la strada. Fatto il tatuaggio è il simbolo dell’infinito con i nomi dei miei genitori, ne vado fiero, appena entro in stanza da papà glielo mostro, sorride e poi scoppia in lacrime, non dimenticherò mai questi istanti, pieni di dolore, pieni d’amore sincero e fortissimo di vita, allora la vita è questa? Ci dimentichiamo troppe volte del vero senso della vita, della famiglia, diamo per scontate troppe cose. Tutto questo mi cambierà .

I risultati della tac, papà peggiora

Passano i giorni, arriva il risultato della tac, la mamma mi chiama dice che la dottoressa le è andata a parlare e che poi dovranno parlare con papà. Ci sono metastasi al fegato, alle ossa, al pancreas. A papà diranno che solo i polmoni sono coinvolti, non ci sono speranze, farà solo una chemioterapia, chiamala palliativa, che serve a ridurre i sintomi. Papà non deglutisce più bene, la mamma va con lui a una visita dove, in endoscopia, controllano il percorso di ciò che deglutisce, l’otorino dice che non si può più dargli da mangiare e verrà alimentato in modo parenterale, con una sacca che contiene nutrienti. Il medico del reparto dice alla mamma di provare lo stesso ad alimentarlo con gelato o cibi semi solidi per evitare che deperisca ulteriormente. Proviamo con il gelato, riesce a deglutirlo, un giorno gli abbiamo dato un ovetto kinder, ha trovato per sorpresa due scoiattoli, il padre che tiene in spalla il cucciolo, l’ha guardato e ha detto che quelli siamo io e lui dicendo: -“Io e Bibe”. Bibe è il nomignolo che mi davano da bambino, ha preso il giochino e l’ha appeso al filo del campanello per chiamare le infermiere. Papà da sempre è stato un ottimo compagno di giochi, sin da quando ero neonato mi ha coccolato tantissimo, spesso ho rivisto i video che mi facevano da piccolo e lui era sempre li, a ridere con me a proteggermi a insegnarmi, era fiero di essere papà, il mio papà; guardavamo insieme i cartoni, abbiamo giocato tanto alla Play, abbiamo fatto canoa insieme e tante gite divertenti, ogni giorno della mia vita è stato scandito dalla sua presenza, e anche le discussioni con lui hanno contribuito a farmi crescere a essere quello che sono, lui aveva ancora voglia di giocare, gli piaceva interessarsi a me e alle cose che mi piacevano, era sempre partecipe e mi spronava a dare il meglio di me. Sono fatto di ciò che lui e mia madre hanno creato, se penso di perderlo, è come dover lasciare quella parte che tanto sentivo sicura in me; invece quella è la parte che diverrà più forte proprio in sua memoria, è la parte che più devo custodire gelosamente. I corridoi dell’ospedale sembrano così familiari ora che li frequento tutti i giorni, tutte quelle persone che si occupano di mio padre e di noi sono come una famiglia nuova. Chi lo avrebbe mai detto che dovevo passare le vacanze in ospedale? Servirà a qualcosa? Magari si sono sbagliati, magari mio padre risponderà bene alle terapie e guarirà, provo a dirlo alla mamma, lei è dura, non mi da speranze mi dice che devo essere preparato, che non devo illudermi. Ma allora tutti quegli studi, tutti quegli scienziati, non trovano proprio una cura? Siamo nel 2016 i cellulari ti dicono mille cose, la tecnologia è avanzatissima, esistono protesi bioniche, e mio padre non ha nemmeno una microscopica speranza? Nemmeno una? Non esiste un dubbio? Non esiste nemmeno una proposta, seppur rischiosa , che sia in grado di aprirci un microscopico spiraglio di luce in questa frana di pietre pesanti che ci è crollata addosso? La vita di papà è sempre stata faticosa, lui ci tiene a lavorare, lavora da quando aveva sedici anni, e per lui tornare la sera stanco e sporco era una soddisfazione, era come dire che aveva fatto il suo dovere e che aveva portato a casa la pagnotta. Quando chiedo qualcosa lui fa di tutto per accontentarmi e a volte, è talmente ancora bambino che, mi propone di comprare qualcosa senza che nemmeno io l’abbia chiesta. Dice che lui non ha mai avuto nulla perché la sua famiglia era in difficoltà e che non vuole che a me manchi qualcosa, la mamma a volte lo rimprovera perché dice che mi vizia, ma io penso che in qualche modo stia cercando di coccolare il bambino che, in lui, è rimasto sempre vivo, allora la mamma dice che ha due figli e noi sorridiamo. La mamma mi segue nello studio da sempre, papà invece ci tiene che vada bene a scuola ma non è mai stato troppo assillante. Si limita a dire che quello è il mio dovere e che devo essere colto perché sapere aiuta a sapersi destreggiare nella vita e a non farsi succubi delle idee altrui.

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Alessandra, Rita, i nostri amici

Chiamo la mia amica Alessandra, spesso studio con lei, mi aiuta in matematica è laureata in statistica è una signora che ha due figli poco più grandi di me, per me è una persona di famiglia, mi segue da anni, le dico che la pagella è andata bene e che il resto è un disastro, le racconto di papà. Non faccio in tempo a riagganciare il telefono che varca la soglia del reparto e corre da noi. Con mia madre anche lei si comporta come una sorella è di una dolcezza disarmante, la mamma la abbraccia forte . Meno male ora anche lei è con noi. Alessandra per me è sempre stata un punto di riferimento, andavo da lei a fare i compiti ma lei mi coccolava come una madre, mi confidavo con lei e giocavo con i suoi cani, è una persona dolcissima e sono tanto rassicurato se la sento vicina. Insieme a questa gente amorevole e che veramente non potremo mai ringraziare abbastanza, ci sono persone che si permettono di lanciare sentenze dall’alto della loro ignoranza, papà ha disturbi di udito e spesso ha il vomito, per questo ha chiesto alla mamma di ricevere visite solo da persone che frequenta quotidianamente e con le quali esiste un legame affettivo forte, per cui la mamma ha dovuto dire, ad alcune persone, di cercare di capire che papà per le sue condizioni non ha piacere di essere visitato da tutti, capita che gli venga il vomito improvvisamente o che le orecchie inizino a dargli dei fastidi e manda via tutti. Quasi tutti hanno capito benissimo l’imbarazzo di papà e ci rispettano limitandosi a stare vicini alla mamma, mandando qualche messaggio che, per lei è comunque davvero importante, la fa sentire meno sola. Altri simpatici personaggi che, non si vedevano da vent’anni, si son permessi di dire a mia madre che per questo atteggiamento lei sarà giudicata e punita da Dio o che sta facendo terra bruciata intorno a mio padre per impedirgli di vedere le persone che non vanno a genio a lei. Roba da manicomio criminale, roba da gente che non sa nemmeno cosa significa il rispetto per se stessa. Ignoranti e palloni gonfiati che l’unico ruolo che hanno nella vita è danneggiare se stessi e chi gli sta vicino con i frutti della loro stupidità. Per fortuna, anche a fronte di questi individui, intorno a mia madre si è formato un cerchio di persone a proteggerla. Rita, sono amiche da poco, la chiama tutti i giorni e ha voluto festeggiare i suoi 50 anni in ospedale da mio padre. Lei e il marito sono unici! Papà è contento quando li vede riescono sempre a farlo ridere. La Rita e suo marito fanno tante battute e papà ride, si trova  bene quando loro vengono a visitarlo. I suoi amici gli vogliono davvero bene, non si preoccupano se sia sveglio o addormentato, si siedono li e gli fanno compagnia, stanno con lui, semplicemente per il piacere di essere al suo fianco in questo momento. Angelo e Domenico si alternano per fargli compagnia, hanno il cuore spezzato e si vede. Le sorelle di mio padre vivono a Messina e non possono venire, lo zio, il fratello di papà, si fa avanti timidamente e viene a trovarlo finché mamma riesce a convincerlo che faccia qualche notte anche lui, che è importante per papà. Ma i nostri amici sono più che unici e ci circondano con un caldo fuoco di parole e abbracci, non solo per farsi sentire presenti da papà, ma anche per controllare che io e la mamma stiamo bene, che abbiamo da mangiare e da riposare. Non siamo soli.

L’esame accademico

Devo dare l’esame accademico mi faccio forza e vado, mi sembra di essermela cavata, l’esaminatore si complimenta con me. L’indomani alla consegna dei diplomi mi accompagnano i nonni, i voti vengono enunciati dal più basso al più alto si parte da 60 , a 99 ancora non mi hanno chiamato, a 100nemmeno , penso che si siano dimenticati di me! Ho preso 100 e lode! Sono felice, come posso essere felice, vorrei mio padre qui ad applaudirmi, è per lui questo mio grande risultato, i miei compagni di accademia mi festeggiano lanciandomi in piscina i miei insegnanti sono commossi, tutti si asciugano le lacrime. E’questa la vita, sapere che puoi appoggiarti a qualcuno, sapere che hai amici che ti avvolgono e ti proteggono. La visione di tutto ciò che mi circonda è cambiata, voglio bene a tutti vorrei aiutare tutti, tutti aiutano me. Il mattino dopo raggiungo mamma e papà in ospedale, la mamma è sempre sorridente davanti a papà; lo psicologo ci ha insegnato che dobbiamo sempre circondarlo di sorrisi, che dobbiamo essere sempre allegri intorno a lui anche mentre dorme. Angelo gli ha inviato il video della consegna dei diplomi, papà lo guarda e si commuove, mi stringe forte sento tutto l’amore che ha per me. Sento che i suoi abbracci lo ripuliscono lo curano gli danno un sollievo più forte di quello dato dai farmaci. Sorrido , mi sento come una tartaruga che ha perso il guscio, ma sorrido.

La chemioterapia

Le giornate passano, inizia la chemioterapia, un tipo massacrante fatta da farmaci che si chiamano cisplatino e gemcitabina, roba che fa venire la nausea solo a dirla. La facciamo nel reparto di oncologia, dove la dottoressa coccola papà come se fosse un bambino, ci sono infermiere appositamente preparate, non avevo mai visto come si fa la chemio, nei film sembra sempre tutto così impossibile e lontano da noi. Papà è attaccato a una pompa dalla quale si diramano dei tubicini della flebo di colore giallo attaccati a diversi contenitori di farmaci, alcuni di questi contenitori sono in una busta gialla che li protegge dalla luce solare. Quando una flebo finisce l’infermiera corre, e mentre cambia il farmaco, guarda con attenzione mio padre; dovrà sicuramente valutare la sua reazione a questi veleni. Nel pomeriggio portano papà in sala operatoria per inserire un accesso venoso chiamato pic, che arriva in prossimità del cuore, e permette ai farmaci di raggiungere le vene più importanti, senza danneggiare i vasi più piccoli. La mamma si siede davanti alla sala operatoria, è distrutta ha i piedi viola e gonfi, cerca di sollevarli appoggiandoli sulle sedie della sala d’aspetto. E’ piena di dolore, la vedo, di paura, lei che  non stava bene negli ultimi mesi, adesso è pronta a mettersi al massacro fisico e psichico per non abbandonare l’uomo che ha amato. Il fratello di papà non può venire ha appena subito un intervento alla prostata, le zie della Sicilia hanno problemi e partiranno più avanti. Se in questi giorni non avessimo i nostri amici sono sicuro che la mamma sarebbe già crollata e io con lei. Papà è distrutto dal vomito, dai fischi alle orecchie provocati dall’intossicazione di questi farmaci, la mamma è ancora la in ospedale con lui, gli infermieri si occupano anche di lei, sono preoccupati che si senta male, ha i piedi gonfi, le occhiaie e gli occhi iniettati di sangue, ma quando varca la porta della stanza di mio padre sorride, balla, canta. Ha fatto amicizia con il vicino di letto pakistano si chiama Ahmed, la mamma prima di dormire rimbocca le coperte anche a lui. La prima notte di chemio è brutta, il mattino la mamma mi racconta che papà è stato male e i giorni seguenti non sono da meno. Gli infermieri dicono alla mamma che non può continuare a restare, giorno e notte, in ospedale e i nostri amici si accordano per fare a turno a fare le notti a papà in modo che mamma ogni tre quattro giorni riesca ad andare a casa a riposare. Ogni sera vengono Alessandra, Sabia, Cristina, Rita e altri amici a tenerci compagnia, i colleghi di papà arrivano e lui si commuove. Io resto con papà il più possibile qualche volta mi addormento a fianco a lui. Qualche volta, l’infermiera mi viene a coprire. Tutti ci curano. I medici fermano me e la mamma nei corridoi per dire che sono colpiti dal nostro comportamento che siamo una bellissima famiglia, non capisco: – “Gli altri in queste situazioni come si comportano?” I medici e gli infermieri sono diventati nostri amici, ci abbracciano e si prendono cura anche di noi. Alcune delle infermiere rimangono alla fine del turno a chiacchierare con noi, hanno fatto amicizia con la mamma e si sentono anche al cellulare. E’ tutto surreale, mi sento in un incubo per un lato, e per l’altro lato vedo un mondo fatto di amore e sostegno. Di persone che hanno tanto da dare, senza interesse senza fini, solo umanamente piene di amore, e tutto questo è intorno a noi come un ventre materno a proteggerci e a impedirci di cadere. A noi tre solo noi tre, quando siamo in quella stanza, io da un lato e la mamma dall’altro, tra di noi papà, il nostro uomo il timoniere di casa nostra, la persona che mi ha tenuto per primo in braccio, l’uomo che avrebbe dato la sua vita per un mio sorriso, che mi ha protetto fin troppo, che non ha mai perso un giorno della mia vita e nemmeno un giorno si è allontanato dalla mamma, proteggendola con la sua gelosia. Per papà la mamma è sempre stata come una Madonna, intoccabile, inavvicinabile, il loro rapporto è sempre rimasto abbastanza privato non li ho mai guardati nell’ottica di moglie e marito ma sempre di papà e mamma di una famiglia, di due persone pronte a proteggermi ad accontentarmi, a giocare con me ma anche a indirizzarmi severamente. Non voglio pensare che il nostro trio si spezzi, non ancora, non adesso. Molti nel corso degli anni ci hanno detto che sembravamo tre fratelli, i miei genitori mi hanno avuto da giovani e siamo cresciuti insieme, io sono stato sempre orgoglioso di loro e ho sempre pensato di avere una vita al loro fianco, e invece? Quale balordo scherzo ha riservato la vita per noi? Esiste una risposta? Un perché? Non ho voglia di pensare alle cose divertenti, tutti mi dicono di uscire un po’ di svagarmi, lo faccio e tento di urlare, saltare per eliminare quel laccio che mi strizza le costole, tento di provare se tirando al massimo riesco ancora a gioire in modo colorato e fresco come facevo prima. Tutti hanno l’impressione che io riesca a distrarmi ma quel laccio non mi abbandona mai, il mio sorriso è apparentemente lo stesso ma la mia anima è priva di colore e l’aria che respiro non è più così fresca come quando avevo la certezza di avere un padre e una madre fissi, stabili, scontati, amorevoli. Ora è tutto instabile, precario, fragile. Papà la mattina si fa portare dalla mamma a fare un giro in sedia a rotelle fuori, e spesso piange, la mamma gli ha detto che tra poco festeggeranno i 20 anni di matrimonio e che è contenta degli anni passati con lui, lui si è commosso e ha detto che ne vuole altri, che insieme si sono divertiti e che non è ancora ora di smettere di farlo. Che razza di gioco crudele è la vita? Cosa penserà papà? Crede veramente a quello che gli diciamo, che deve combattere per migliorare? Non abbiamo mai usatola parola guarire, non sarebbe giusto. Ci crede? Non vuole saperlo? O finge? Per non vederci soffrire della sua consapevolezza?

Torniamo a casa e arriva ANT

Dopo diversi giorni mamma parla con i medici, vuole portare papà a casa, mi parla, mi chiede se sono d’accordo, lei desidera che finisca i suoi giorni a casa sua. La mamma ha ragione, la nostra casa è dove si è vissuta la nostra vita, i nostri giochi, le feste e dove io sono cresciuto tra le loro braccia, dove ci sono le nostre foto, i nostri ricordi l’atmosfera che noi tre insieme abbiamo costruito crescendo insieme. E se così deve essere, lui deve finire tra queste cose, respirando l’aria di casa nostra fatta dell’amore che ci hanno messo per crescermi e chiudere gli occhi davanti a cose a lui familiari. La mamma attiva l’ANT e riusciamo a portarlo a casa, mi chiede il mio impegno, imparo a fare endovene e flebo, insieme a lei, e ci alterniamo nelle cure. Abbiamo tutti un po’ paura, è una cosa complicata e ci provoca tanta ansia, non sappiamo se da casa saremo all’altezza di gestire il post chemio che è stato così devastante la prima volta, la mamma dice che se siamo uniti ci riusciremo e che possiamo contare sull’aiuto della Manu e di tanti amici. Sul letto di papà i gatti e i cani fanno a turno ad accovacciarsi vicino a lui, Romeo, quello nero, lo tocca con la zampa come se volesse accarezzarlo. La Duchessa, la sua preferita, dorme sul cuscino sopra la sua testa e ad ogni variazione del respiro di papà, alza la testa per controllare il suo viso. Slot, il nostro cane quindicenne, si appallottola appiccicato alle sue costole dalla parte del tumore e resta lì per ore e ore. Abbiamo una infermiera che si chiama Michela che ci ha insegnato a fare le flebo e tutte le altre cose, quando viene a casa nostra gioca con i nostri animali e ci fa complimenti, anche lei dice che siamo una famiglia speciale, abbraccia sempre forte la mamma prima di andare via, la dottoressa si chiama Silvia, come mia madre e come l’oncologa, che strano destino è capitato a mio padre con tutte queste Silvie! Anche lei adora i nostri animali, mi piace quando lei e Michela arrivano perché fanno sorridere papà, la dottoressa gli dice di farsi una bella flebo di birra e lui ride, a volte fanno scommesse sulla pressione. Prendono il caffè insieme alla mamma e chiacchieriamo di ballo, di sport, per noi sono diventate persone di famiglia. Sono gente unica, gente abituata a non temere la sofferenza, a non avere paura di usare il cuore ed essere ferite, il loro lavoro è una missione, per loro e si vede! Mi dispiace sapere che, un giorno, non le vedrò più arrivare a casa nostra. Arriva una bella notizia, il risultato del mio campionato italiano: sono stato ammesso ai mondiali a ottobre a San Pietroburgo. Vorrei urlare gioire ma, a ottobre papà sarà ancora con noi? Se le cose sono come ora non potrò andare. Cosa devo fare? Per papà era importante, ma ora stiamo parlando di vita. Nulla può essere paragonato a questo. Mi sembra che tutto sia meno importante, le gare il ballo, tutto quello che facevo prima adesso mi sembra quasi stupido, mi da fastidio anche sentire parlare di sport al momento. Alcuni amici nostri sono davvero dentro a questo turbine di dolore con noi, altri lo sono meno, è normale che sia così le cose bisogna viverle in prima persona per rendersi conto di quanto sia il dolore quando colpisce proprio te. Tentano di dare consigli, dirci ciò che dobbiamo fare, ma non si rendono nemmeno conto di quello che si vive in prima linea di fronte a questa guerra, lo psicologo ci raccomanda di ascoltare soltanto i nostri sentimenti, di fare i conti solo io e la mamma, insieme, perché i sapientoni sono bravissimi a dare consigli sugli affari degli altri, ma che solo i nostri due cuori sanno cosa sia meglio per noi, dice che chi ci ama davvero resterà al nostro fianco qualunque siano le nostre scelte e i nostri tempi. Penso che molte persone si allontaneranno da noi, perché molti nel dire che hanno dispiacere per noi, pensano poi forse di ottenere qualcosa da noi e io sento di non avere veramente più nulla da dare al momento, non adesso. Adesso tutto è troppo annebbiato. I miei sogni mi ripropongono momenti passati, le vacanze, le gite a Mirabilandia, le lotte sul letto, gli  abbracci e i rimproveri, le canzoni a squarciagola cantate tutti e tre insieme e ora mio padre non ha più un filo di voce, per parlare, deve fare uno sforzo grande e alla fine della frase è affaticato. Dopo un mese, arrivano le sorelle di papà da Messina, il primo giorno non riescono a trattenere le lacrime; la mamma scappa in cucina, lasciandoli soli per evitare di essere travolta anche lei nel pianto, è bello averle qui, fanno compagnia alla mamma la fanno sentire più al sicuro. Poi ogni giorno arrivano le sue amiche, la mamma ha davvero delle amiche uniche le vogliono un gran bene. Sabrina passa ogni volta che può si vede che è in pensiero per la mamma, la guarda con aria seria e sta vicino a lei semplicemente senza dire nulla, i miei amici vengono a trovarmi, mi invitano a uscire e mi scrivono, si sentono solidali con noi in questa tragedia e io mi sento amato. Le amiche della mamma capiscono i nostri bisogni senza che noi dobbiamo mai chiedere, qualcuna le fa la spesa, qualcuna la aiuta a sparecchiare, qualcuna mi accompagna dove ho bisogno di andare. La mattina e la sera portiamo papà un po’ in cortile, arriva la nonna con i suoi due bastoni a sedersi vicino a lui, la mamma scherza dicendo che sembra il ricovero! Stanno li seduti vicini e chiacchierano, se uno dei due ritarda all’appuntamento, l’altro lo rimprovera. La nonna fa tanto per noi, non può muoversi tanto ma il suo sorriso è come un sole che da forza alla mamma e la aiuta, ci aiuta economicamente, ma per noi è proprio la sua bontà che conta, la voglia che ha sempre di giocare e di farci ridere, lei è sempre li pronta ad accoglierci. Per la mamma sapere che c’è è rassicurante e lo è anche per me, so che è addolorata per papà ma lei non mostra quasi mai i suoi sentimenti, ha paura di farci soffrire di più. A inizio  agosto le zie ritornano a Messina, hanno le loro famiglie e devono andare. Tra una chemio e l’altra, tra notti fatte di vomito e siringhe, di paura e di dispiacere,

Il mio compleanno

arriva il 10 agosto, il giorno del mio compleanno; abbiamo deciso di festeggiare in casa con i genitori di Giorgia, Sabia e pochi altri. La mattina trovo il salotto, intorno al letto di papà, addobbato con nastri azzurri e fogli che festeggiano i miei diciotto anni. La sera arrivano tutti, i nonni sono felici, la sorella di Giorgia e il suo ballerino mi hanno preparato un video che rappresenta tutta la mia vita, fatto con le foto da quando sono nato fino ad ora, la mamma piange mentre lo proiettano. So che tanti mi vogliono bene e sono sinceramente dispiaciuti nel profondo del loro cuore per me, ma so anche che non immaginano nemmeno lontanamente l’entità del dolore che ho dentro.

La mamma sempre al fianco di papà

Le notti dormiamo poco tranquilli, la mamma non dorme in un letto da mesi, ora dorme in un divano, in salotto, di fianco al letto di papà. Qualche mattina la sento piangere, apre il rubinetto per evitare che io mi accorga dei suoi singhiozzi, ma io la sento. Quando vado da lei mi accoglie con un buongiorno e un bel sorriso, ma i suoi occhi sono gonfi cupi come un pozzo sulla disperazione e l’orrore della sofferenza che ha dentro. A volte vorrei scappare, dimenticare tutto riuscire per un attimo a credere che esista una via d’uscita una speranza, che non sia successo. Mi sento in pena vorrei rendermi utile e faccio del mio meglio ma mi rendo conto che non serve a nulla, la mamma dice che non è vero che tutto l’amore che stiamo dando a papà gli sta allungando la vita che tutto serve, che lei ha bisogno di me che tutto quello che faccio io non sarebbe in grado di farlo da sola. Ho i mostri che combattono nello stomaco, invadono i miei pensieri rendendoli un groviglio di grigio e nero. Dovrei studiare per scuola guida ma non ho concentrazione, la bocca dello stomaco mi rimorde e disconnette la mia mente. I miei nonni ci stanno aiutando in tutti i modi , la nonna è tanto dispiaciuta per quello che ci sta succedendo, la vedo, è addolorata come mai l’avevo vista, il nonno spesso sbraita e urla, ha degli attacchi di nervi pazzeschi poi mi chiama da parte e piange scusandosi per il suo comportamento. E’ tutto surreale, tutto diverso da prima, la nostra casa è piena di farmaci, sedia a rotelle, il letto di papà di quelli che si sollevano con la manovella, abbiamo l’aria condizionata solo in salotto per cui lo abbiamo sistemato li, ora il comò è un piano di lavoro con tutti i farmaci e le siringhe necessari alle cure di papà, io sono il coordinatore, ho preparato una tabella con tutte le medicine che dobbiamo somministrargli. Il personale ANT ci fa un ordine e il giorno dopo un signore ci porta un pacco con tutte le cose che servono a papà.

Il salotto la stanza del dispiacere

Prima il salotto era la stanza del divertimento dove si giocava, si facevano i banchetti con gli amici, ci si rilassava davanti alla tv, ora è la stanza del dispiacere, del mio dispiacere. Qualche volta, dal corridoio prima di aprire la maniglia della porta che da sul salotto, chiudo gli occhi e immagino che oltre la porta troverò papà seduto sul divano a guardare le corse o a urlare facendo il tifo per l’Inter. Una frazione di secondo, abbasso la maniglia ed eccolo là, sdraiato, gli occhi cerchiati da un alone marrone e la pelle colore della cera, e ancora, quando mi vede su quella soglia ha il coraggio e la forza per sorridere e dire : -“Ciao Bibe”. Non passa un giorno che non mi avvicini al suo orecchio per dirgli che gli voglio bene. Il suo sorriso è il regalo più grande che desidero ogni giorno. Io non credo che morirà, lui è il mio papà, deve stare con noi, starà meglio io non ci crederò finché non lo vedrò. La mamma mi obbliga ad andare 4 giorni al mare con Giorgia per svagarmi, mi sento meglio mi ci voleva.

Arriva Francesca

In casa nostra la porta è sempre aperta, lo zio, le amiche della mamma, la mia ragazza entrano in casa senza dovere suonare, una mattina la porta si spalanca e salta dentro Francesca mia cugina di Messina! Era stata in Australia e non la vedevo da 8 anni! Papà sembra un bambino quando vede Babbo Natale, i suoi occhioni grandi, sgranati sono uno spettacolo che voglio tenere ben registrato nella mia memoria, purtroppo Francesca resta solo tre giorni, io con lei mi trovo bene e anche la mamma la adora, ha un carattere vivace come quello della mamma. Questi tre giorni passano velocissimi, con lei abbiamo riso un po’ e per me è come una sorella, una di quelle persone che anche se non la vedi tutti i giorni o non la vedi per anni, ti ci trovi immediatamente te la senti simile.

Andare in Hospice o stare a casa fino all’ultimo respiro

Da una settimana papà ha dolori più forti abbiamo aumentato la morfina, quando viene la dottoressa la mamma scende ad accompagnarla, per scambiare due parole e fare qualche domanda, senza che papà la senta. L’altro giorno, la mamma mi ha detto che voleva parlarmi, abbiamo aspettato che papà si addormentasse e siamo andati in cucina, la mamma mi ha detto che dobbiamo decidere se trasferire papà all’Hospice o lasciare che muoia a casa. Ha detto che non sa quando sarà il momento ma vuole la mia opinione, le chiedo cosa ne pensa lei, lei vuole che papà finisca a casa sua, con noi nella nostra casa, con i suoi gatti e il cane vicini. La mamma sta veramente dicendo questo? Papà allora morirà? Per un istante mi sento sollevare da terra come se qualcuno mi stesse tirando su per i capelli, mi sembra tutto solo un incubo, non esiste questa storia, il mio pensiero più grande dell’estate doveva essere studiare per la patente, fare qualche compito, preoccuparmi per la maturità del prossimo anno, e invece sono qui a dovere decidere dove morirà mio padre. Che devo dire? Ovviamente io voglio che mio padre stia con noi fino all’ultimo respiro, la paura di essere presente in quel momento mi gela il sangue, ma il senso di colpa di non esserci, di mandarlo via da solo mi accoltella lo stomaco. Guardo mia madre, e le dico che sono d’accordo con lei e che le sarò vicino quando il momento si avvicinerà. La mamma sorride e dice che lo ha sempre saputo che sono un grande uomo. Chiudo questo argomento e smetto di pensarci come se la mamma mi avesse raccontato una storia incredibile come quelle che mi raccontava da bambino fatte di draghi e di gnomi, di luoghi fatati e di magie che disintegravano i più terribili mostri.

Penso sia veramente bello essere bambini, vivere in una fiaba, lottare contro mostri invisibili. Solita visita di Michela e Silvia, la morfina in una settimana è andata da 20 a 100mg. Vado dal nostro medico a fare la ricetta, poi in farmacia e porto le nuove compresse a casa, sono colorate, la mamma le somministra a papà dicendo che sono pillole magiche, lui la guarda sconfortato, ma alla fine non può fare a meno di cedere a un sorriso. Il dolore non passa mai completamente, papà è stanco, la saturazione si abbassa lentamente, consigliano alla mamma di ordinare la bombola dell’ossigeno, tra poco ne avremo bisogno. Rimango di stucco, ogni cambiamento ogni peggioramento mi avvicina a quella disperazione che vuole prendermi. Proviamo a scendere un po’ in cortile per fare prendere un po’ d’aria fresca a papà, inizia a sudare freddo, riusciamo a rimetterlo a letto quasi collassato, la mamma e io seduti sul divano al suo fianco, il suo colore giallo e il suo respiro profondo scandiscono le nostre paure, mentre noi tentiamo di fare finta di niente e parliamo delle domande dei quiz della patente. La mattina dopo arriva Michela dice che dobbiamo iniziare a usare il sondino rettale perché le compressioni delle metastasi bloccano l’intestino di papà ed è necessario per alleviare il dolore, cominciano le mortificazioni, il nostro uomo forte che deve farsi scoprire nell’intimo, in cose che per lui sono sempre state riservate, personalissime. Immagino la sua mortificazione, per fortuna la mamma sdrammatizza e chiede a Michela di poterlo fare lei dicendo a papà che poi in fondo lo sapevamo già che la vita è tutta un prenderlo nel culo! Papà ride e sembra rasserenato dal fatto che anche questa incombenza la mamma si è sentita di prendersela, assisto la mamma e facciamo un sacco di battute di modo che alla fine col passare dei giorni diventa quasi un rito simpatico, dovere sottoporsi a questa cattura. Il mattino dopo siamo seduti in cortile dopo colazione e arriva lo zio, in macchina con lui la zia, sorella di papà, hanno uno sguardo strano, si avvicinano e salutano la zia rimprovera lo zio di avere dimenticato il cocomero in macchina, lo zio apre lo sportello posteriore si piega ed esce con in braccio mia cugina, è un’attrice il suo nome d’arte è Adua del Vesco ed è fidanzata con Gabriel Garco, papà è commosso sa che lei è sempre molto impegnata e apprezza tantissimo il fatto che sia venuta a dedicarci qualche giorno, io sono tanto felice che sia qui è di una bellezza disarmante e poi è mia cugina, non la vedo come un personaggio pubblico, ma esattamente come tutti gli altri cugini, compagni di giochi della mia infanzia. Durante le giornate con lei scherziamo molto, anche con la zia e papà ride, ride, nonostante il dolore, si appisola di tanto in tanto come per fare una piccola ricarica e poi riaprire gli occhi e godersi ancora lo spettacolo della gente che ama. Alcune persone mi dicono che io sto insegnando loro qualcosa, non so cosa sto insegnando perché io mi sento veramente sperduto e pieno di dolore, non so perché la mamma mi ha sempre detto che la vita non ci risparmia niente, che dobbiamo sempre essere preparati a reagire nelle peggiori situazioni e soprattutto quando qualcuno che amiamo ha bisogno di noi, e come in una profezia il peggio è arrivato e io ci sto dentro proprio nel momento in cui divento maggiorenne e dovrei essere vigoroso e spensierato, la vita mi ha dato questo difficile esame da superare come per dirmi che devo varcare una soglia la solita soglia della porta dell’inferno? O sarà una soglia oltre la quale mi trasformerò in un uomo forte e capace?

Michela e Silvia di ANT

Un giovedì arrivano a casa nostra Michela e Silvia dell’ANT, sto facendo i quiz della patente, si mettono con me a farne alcuni, mi diverto, papà ride le guarda come se fossero aliene, una dottoressa e un’infermiera che si mettono a passare il tempo con me, visitano papà, e poi si siedono a fianco a me a darmi una mano coi quiz, papà si assopisce, loro sembrano trovarsi bene a casa nostra, la mamma è felice di averle qui e anche io; sono persone veramente rare. Persone umane, che sanno scherzare anche nei momenti più tragici e dolorosi che sanno cosa sia veramente che conta nella vita. Sanno affrontare la morte come un evento naturale e conoscono l’importanza dell’amore che accompagna i malati negli ultimi periodi della loro vita, quando devono avere il coraggio di abbandonare il corpo e tutti i beni materiali che li legano alla terra, non potere sentire, vedere, toccare, possedere è una cosa inaccettabile difficile da elaborare, eppure ogni giorno la mamma mi dice che non si torna indietro che dobbiamo stringere forte papà per aiutarlo a volare via sereno, senza la preoccupazione di ciò che ci lega alle cose materiali.

Papà dorme e io e la mamma scendiamo con loro ad accompagnarle, la mamma le chiede cosa pensino della salute attuale di papà , la dottoressa dice che sta peggiorando a vista d’occhio, di fargli indossare la maschera dell’ossigeno se la saturazione dovesse abbassarsi ulteriormente, dice che il dolore, terribile che lo affligge, è provocato dalle metastasi che si espandono e premono sugli organi. La mamma le guarda con consapevolezza e chiede loro quanto tempo resta a papà, infermiera e dottoressa si guardano, la risposta è un mese, un mese e mezzo.

Natale senza papà

Oggi è il primo settembre, tra un mese e mezzo sarà il 15 ottobre la data in cui avrei dovuto disputare il mondiale, e invece di vivere una fantastica esperienza, probabilmente, in quella data, vivrò il trauma peggiore della mia vita, non voglio che sia vero, non voglio pensare al Natale senza papà, lui che mi ha sempre riempito di doni, che si travestiva da babbo Natale, che per lui fare albero e presepe era una cosa di famiglia, che l’8 dicembre andava in soffitta a prendere gli scatoloni e accendeva lo stereo con le canzoni di Natale e con la mamma cantava, lui che era l’addetto alle luci. Non voglio, non riesco a ricucire lo strappo che mi sento tra le costole, il cuore mi scoppia.

Esibirmi per ANT

C’è un dolore indescrivibile che chi non ha vissuto non può immaginare, nemmeno con la descrizione più dettagliata, è proprio vero che la più grande insegnante è la vita, mentre la mamma abbraccia Michela e Silvia mi viene un’idea, qualcosa che io posso fare, in memoria di mio padre, e come ringraziamento a queste due ragazze, che ci stanno regalando la loro sensibilità, dico loro che voglio organizzare un’esibizione di beneficenza per l’ANT e loro sono commosse, felici, dico che organizzerò il tutto e conterò sulla loro presenza. Penso che aiutare gli altri sia il senso della vita, la mamma me lo ha sempre detto, ma veramente non pensavo esistesse tanta solidarietà, tanto sentimento, roba che ti tocca in delle parti così profonde che nemmeno sappiamo di possederle, questi pozzi di dolore, sentimento, carità. Papà parla con Rosalinda e con la zia Anna, dice che è fiero di me, che a lui è sempre solo importato di non farmi mancare nulla, che io crescessi educato, sono seduto di fianco alla zia , tento di fare qualche quiz della patente, a sentire le parole di papà mi sento una spada che mi trapassa dallo sterno alla spina dorsale, vorrei strillare per il dolore, per scappare da questa tortura che mi sbriciola l’anima, trattengo tutto e sento il mio viso infuocarsi, divento paonazzo; la mamma , appoggiata sulla testata del letto di papà mi guarda ironicamente come per volermi dire:  -” Anche questa volta non piangi?” Vede che mi sto buttando dentro tutto questo dolore, come in una bomba in cui ogni giorno si aggiunge una quantità di esplosivo, la mamma dice che sono una mina vagante e che scoppierò.

Il mio papà

Abbraccio papà, so che ha bisogno di essere coccolato, quando lo tocco il suo viso cambia aspetto, sorride, fa un rumorino simile alle fusa di un gatto. Mi fa male non potermi mettere a piangere tra le sue braccia, sentire quella stretta forte che solo qualche mese fa aveva, quando facevamo la lotta, quando mi sfidava a chi era il più forte, ora è fragile, precario, le sue ossa sembrano quelle di un neonato. Vorrei stringere forte, ma temo di fargli male. Quando cammina gli sto accanto a lui come si sta vicino a un bambino quando muove i primi passi, lo vedo instabile ho l’ansia che cada. Vederlo a terra mi farebbe un dispiacere pazzesco. Tutto è un dispiacere e più passano i giorni più i dispiaceri aumentano. La mamma dice che, la chemio, gli ha permesso di passare alcune giornate felici con noi, ma alla fine lo ha portato solo a un piccolo miglioramento e ora lo sta riportando indietro, abbiamo sperato e ora siamo di nuovo delusi, sono tre mesi di pugni sul naso senza sosta, senza possibilità di riprendere il respiro, senza possibilità di difendersi. Tre mesi che insieme ci rialziamo tra terribili stenti e appena in piedi vacillanti, prendiamo un altro colpo che ci butta a tappeto e le forze per rialzarci vanno diminuendo di volta in volta. Ma io lo so che non è la chemio da sola che gli ha dato più tempo, non sono i farmaci che lo aiutano a sorridere, è la nostra casa, l’amore mio e della mamma che lo fa sentire al sicuro e i sorrisi degli amici. Lo tocco e lo accarezzo come se la sua pelle potesse penetrare nella mia e rimanere intrappolata come l’inchiostro dei tatuaggi, per non perderlo per avere la certezza di portare sempre un po’ di lui con me. Lui che non vuole sapere, non vuole chiedere, non vuole che stiamo male per lui, la mamma che non vuole che lui soffra per lei e continua a sorridere a fare battute a ostentare serenità e poi si chiude nel bagno a piangere e io la sento. Mi ha chiesto di piangere con lei, ma ho paura di non poter tornare indietro, di non essere capace di smettere mai più; il dolore che ho accumulato è veramente disumano e indescrivibile. Il nostro psicologo continua a metterci in guardia dalle persone che ci dicono cosa dovremo o non dovremo fare dopo, nessuno a parte io e lei sa quanto sia il dolore che dovremo superare. Ci ha detto di prendere tutto il tempo di cui avremo bisogno, so già che sarà difficile e che questo ci porterà a fare un’ulteriore scrematura nelle amicizie, perché pochi hanno la pazienza di sedersi di fianco a te e aspettare senza pretendere, senza dire niente. C’è un odore in questa stanza che non dimenticherò mai l’odore di qualcosa di terribilmente chimico, come i detersivi che usano per pulire i parquet nelle palestre, un odore che non sa di umano… quell’odore è la pelle di papà, fatto dei veleni di cui l’hanno imbottito per cercare di ridurre quel male che, come la gramigna, si sta mangiando tutto il suo corpo. Gli voglio bene, ma non un bene normale, un bene al di là di ogni misura spiegabile, baratterei qualsiasi cosa per sapere che tutto questo non è vero, la famiglia è un valore che ti tiene al sicuro, io ho sempre visto i miei genitori come un luogo, il luogo in cui tutto è sicuro, tutto si risolve, il luogo in cui anche i rimproveri hanno sapore di sicurezza di indicazione della strada. La sensazione di sicurezza della sera, quando si dice buonanotte, si spengono le luci e si sa di essere nel posto più sicuro al mondo. Ora sarò io l’uomo di casa, devo trovare le forze per esserlo, per non deludere la mamma, per proteggerla, per rispetto verso l’opinione che io ho di me stesso. Farei prima a impazzire a mettermi a urlare e buttarmi a terra svenuto come fanno i bambini viziati, ma non è così che mi hanno cresciuto, e troverò la forza, costi quel che costi!

Il papà peggiora

Papà ha dolore quasi ogni giorno, la dose di morfina comincia a non essere sufficiente, la dottoressa decide di mettere i cerotti, spiega alla mamma attentamente come fare, la mamma con viso sereno e sorridente si avvicina alla dottoressa e fa qualche battuta per fare capire a papà che non sta succedendo nulla, quando papà la guarda con quegli occhi cerchiati e si lamenta per le sue condizioni la mamma le dice che fa parte del gioco e che lui è un guerriero e non deve arrendersi, glielo dice in un modo come se esistesse una certezza in quel che dice, tanto che papà cambia viso e si fa forza. Stiamo facendo il possibile per non vederlo cadere in depressione, cerchiamo in ogni modo di tenerlo impegnato nelle cose normali. Quando si lamenta, per gli effetti della chemio, la mamma dice che la chemio è un veleno come quello che si mette sull’insalata per uccidere le lumache, e che purtroppo non muoiono solo le lumache ma anche le coccinelle, questo per rasserenarlo dicendo che, anche gli organi sani, subiscono danni se si vogliono curare quelli malati. Dopo avere messo il cerotto, papà si addormenta ma, nel pomeriggio, si sveglia in preda a forti dolori, vomito, fatica a respirare, gli diamo una morfina rapida che abbiamo in casa e prende sonno.

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Oggi papà, per la prima volta, ha dovuto mettere l’ossigeno. Ci abbiamo messo un pomeriggio intero a convincerlo a indossare gli occhialini, ma alla fine, anche li, abbiamo trovato il modo per farlo sorridere, la mamma gli ha detto che l’ombra del tubicino che gli usciva dal naso sembrava formare dei baffi e gli abbiamo iniziato a fare battute dicendo che era un bel micione, tanto che quasi ne andava fiero dei suoi nuovi baffoni. Adesso abbiamo anche l’ossigeno a darci una mano, è una sconfitta per me, vedere papà dipendere da quella bombola vuol dire non poterlo più vedere camminare senza essere attaccato a quel tubo. Penso a quando dico cose di cui mi pento, penso a quanto sia prezioso il nostro fiato e a quante volte lo sprechiamo inconsapevoli del suo valore.

Venerdì papà dovrebbe fare la chemio di gemcitabina, la mamma è in dubbio se chiamare l’oncologa per dirle che è peggiorato, il nostro medico di famiglia aveva detto che, l’avrebbe chiamata lui, perché secondo lui papà  aveva l’ittero e una tale anemia da necessitare di una trasfusione. Alla fine la mamma la chiama e l’oncologa, le dice che ha parlato con il nostro medico e che domattina dobbiamo portare papà al day hospital oncologico perché vuole fargli alcuni controlli approfonditi, di seguito, il nostro medico chiama la mamma e le dice che secondo lui l’oncologa deciderà di ricoverarlo e che, forse, necessiterà di una sonda nel fegato; mamma immediatamente cambia aspetto, si era detto che papà avrebbe finito i suoi giorni a casa , se lo dovessero ricoverare sarebbe quasi impossibile riportarlo a casa, come angeli che sentono le richieste di aiuto della mamma arrivano a casa nostra Manuela e Sabia a sostenere la mamma a ragionare con lei e chiamano MariaRosaria, un altro angelo insieme ad Ornella che sono infermiere nel reparto di medicina, MariaRosaria riesce a parlare con l’oncologa che le dice di rassicurare la mamma che farà il possibile per mandarlo a casa e non ricoverarlo. La mattina dopo dobbiamo caricare la bombola in auto perché papà non può stare senza ossigeno, la bombola pesa, vedo la mamma che senza chiedere nulla a nessuno la porta fino a metà strada, la vedo e gliela prendo dalle mani, pesa tremendamente ma io sono forte e la devo portare io. C’è anche la Gio con  noi, arriviamo in reparto e subito la dottoressa si accorge del peggioramento di papà, respira a malapena e il suo cuore batte troppo forte, ci dice che dobbiamo aspettare il pneumologo e che farà degli esami, quelli del fegato vanno bene ma nonostante l’ossigeno sparato al massimo le condizioni di papà non si stabilizzano, la dottoressa ha l’aria severa, viene da papà e gli comunica che deve fare subito una tac, papà si preoccupa dice che non ce la farà, la mamma glista accarezzando la testa e la Gio è seduta in una sedia contro la parete, io vorrei piangere sento il cuore che mi si sfracella come se mi avessero sparato e sbarro gli occhi per evitare di piangere, guardo la mamma che sta cercando di guardare in alto per trattenere le lacrime e le dico di uscire, mamma prende Gio per mano ed escono le sento che a metà del corridoio singhiozzano, quando tornano mi raccontano che mentre piangevano per le scale si sono trovate davanti un ragazzo con la madre e che questa le ha chiesto tutta scioccata se avevano fatto la vaccinazione! Ma secondo sta mamma, la Gio e mia madre erano madre e figlia che piangevano insieme dopo aver fatto la vaccinazione? Mia madre le ha risposto: _”si magari”.3 infermiere ci scortano e corrono perché papà senza ossigeno deve raggiungere la radiologia, le infermiere dicono alle altre che c’è un emergenza, l’emergenza è papà io la Gio e la mamma corriamo, ce lo portano via di corsa chiudendo le porte della radiologia. Esce con il suo viso color della cera, e il capo chino. La mamma e la Gio stanno vicine si tengono per mano. Arrivati in camera la dottoressa dice che non c’è nessuna embolia e che papà tornerà a casa con noi dopo aver visto il pneumologo. La mamma scoppia a piangere e la Gio anche le infermiere dicono che non ci sono parole e che sono dispiaciute . La dottoressa ci comunica che dovrà fare l’eparina e l’infermiera fa provare la mamma, è insicura e di certo papà avrà sentito male ma non si è lamentato. Io e la Gio andiamo a prendere i nuovi farmaci prescritti dalla dottoressa, la Gio oggi ha fatto tante carezze a papà, penso che solo in questi giorni si sia resa conto di cosa realmente stiamo vivendo della sofferenza che abbiamo nel cuore, fino a pochi giorni fa il suo atteggiamento era dispiaciuto e addolorato ma non penso avesse compreso a fondo perché le cose bisogna viverle ogni istante, non basta un giorno, un pomeriggio, per rendersi conto; tutti mi dicono di capire ma so che pur dicendolo con tanto affetto verso di noi, non si rendono nemmeno in parte conto del dolore immenso che proviamo 24 ore su 24, loro nel frattempo fanno le loro cose , la loro vita, ed è giusto così , ma quando cercano di distrarmi lo fanno per il mio bene, ma non si rendono conto che sotto ogni mio sorriso ogni mio gesto ruota quella spada che mi trafigge dal petto al dorso, sono sicuro che la Gio dopo aver visto questa storia, diverrà una donna migliore e coraggiosa, in gamba. Una donna vera, non di quelle che danno tanto peso alle cazzate, ma che sanno quali sono i valori veri della vita. Il giorno dopo ordiniamo l’ossigeno liquido prescritto dal pneumologo, dovrebbe arrivare entro due ore dice la signora del CUP, nel frattempo io e la mamma andiamo dallo psicologo, mi dice che imploderò sa che sto proteggendo la mamma sa che sto cercando di fare il supereroe proprio come papà lo è per me, lui è il mio supereroe, lo psicologo mi esorta ad andare da lui la prossima settimana, solo , e io dico che ci penserò. Inevitabilmente all’uscita sbotto con la mamma dicendo che lui non capisce, che non è vero quello che la mamma dice a lui che io so cosa sto facendo, che non ho bisogno di nessuno. La mamma è seria e preoccupata anche per me, per strada ci viene incontro la Gio che era andata a fare spesa e in farmacia, lei da sola? Se la vedesse sua madre! Fino al giorno prima non comprava nemmeno una bottiglia di acqua da sola, la nonna le dice che a venire a casa nostra è come andare nei militari, si è costretti a sgaggiarsi. Papà vuole che la Gio le massaggi le ginocchia, lei è felice di farlo, è felice di sentirsi in un posto dove è utile a fare delle cose importanti, ma veramente importanti, vitali! Nel frattempo le due ore sono passate dell’ossigeno non c’è traccia, la nonna fa qualche telefonata per vedere se almeno possiamo ottenere una bombola di ossigeno liquido in attesa di quella grande che forse arriverà domani, nessuno risponde, alla fine l’addetto reperibile dice che non ha voglia di spostarsi per portarcela, la mamma sbianca inizia a gocciolare di sudore, a casa nostra c’è la Manu che anche lei non ci crede! La mamma chiama la Silvia dell’ANT che dice che anche lei proverà a trovare il tizio e sollecitare, alla fine alla mamma scappa la pazienza prende il numero di questo tizio e lo chiama sentendosi dire che lui non è un pronto soccorso e che se la bombola finisce mia madre chiami il 118, gli occhi di mia madre sono come quelli di Goku quando diventa super sayan, papà non è al sicuro e quando papà non è al sicuro diventa come le leonesse quando qualcuno invade il loro territorio, con voce sicura e sapiente la mamma dice al tizio che lei chiamerà anche il 118 ma che lui deve comunicarle i suoi dati e che il giorno dopo avrebbe chiamato il suo responsabile, come per magia l’omino dall’altra parte del ricevitore dice che per stare sicuri è meglio che di bombole ne porti due e che prima delle21 ce le consegnerà. Possibile che per una cosa così si debba arrivare alle minacce? Oltre al malato che abbiamo dobbiamo tirare fuori ogni giorno le palle non solo per avere il coraggio di affrontare la malattia ma per combattere con imbecilli dementi come questo qui! La mattina dopo replica, riceviamo l’ossigeno liquido ma il Cup ha sbagliato a indicare il dosaggio, e quindi ci portano solo una bombola al posto di due. La mamma manda il nonno al cup a sistemare le cose speriamo per lunedì di avere l’altra bombola. Papà ha dolore la mamma le canta le ninna nanne di quando ero piccolo io, papà sorride, ora dobbiamo fare eparina e morfina sottocute lui vuole che io gli dia la mano quando la mamma pratica l’iniezione perché il liquido brucia. Ho dolore alle costole, sarò stanco oppure sarà l’inizio dell’implosione predetta dallo psicologo? In questi giorni papà mi cerca più del solito, quando ci sono io è più sereno a lui basta vedermi. La mamma ha avvisato le zie che è meglio che stiano pronte a partire visto che papà peggiora di giorno in giorno. A primavera aveva detto che saremmo andati io e lui per i morti perché voleva andare al cimitero da sua madre e voleva tanto vedere la nonna Caterina. Ora non vedrà la nonna Caterina che ha 90 anni e non può venire lei. Sono qui vicino a lui la sua mano nella mia, quella mano che fino a poco fa era dura callosa, fatta di lavoro e fatica, ora è una mano delicata, bianca, fragile e fredda, lei che prima era la mano che mi proteggeva ora è qui indifesa a cercare la mia protezione. Nel fine settimana vengono a trovarci Elvira e Ippazio con i loro figli, io ero all’asilo con Stefano e poi c’è Laura, l’ho vista nascere poi per alcuni anni non ci siamo più frequentati per via di scelte diverse Ippazio è affezionato a papà ci tiene a stare con lui passa il tempo a dargli da bere e sta seduto di fianco a lui come a voler dire che lui semplicemente è lì, c’è; Elvira fa l’ infermiera ha un atteggiamento molto materno con papà ma anche con tutti noi, papà quando la vede è felice di farsi sistemare, lo fa con una tenerezza che è rassicurante, come quando la mamma ti rimbocca le coperte la sera. Sono contento che ci siano anche loro mi sento più tranquillo e vedo che la mamma è sollevata.

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La forza della mamma

Questa settimana papà ha iniziato ad entrare in un sonno che somiglia al coma, diverse volte abbiamo pensato fosse sull’orlo della morte, Manuela ed Elvira sono sempre state vicino a noi e noi non abbiamo avuto paura, se non di perderlo, io non posso credere sia arrivato quel momento e non voglio crederlo, con l’ossigeno le notti diventano più intense, la mamma non dorme mai perché papà si toglie gli occhialini e si addormenta, la mamma vive nel terrore di addormentarsi. Sono tre mesi che la mamma non si guarda allo specchio non si asciuga i capelli fa docce veloci per non sprecare nemmeno un attimo e correre di fianco a papà, una o due notti sono rimaste la Cri e le sorelle, ma per la mamma non basta, resta lo stesso di fianco al letto di papà, su quel divano, con la testa tra le mani di papà che la sente e che non le risparmia mai un sorriso o una carezza. Questa settimana papà ci ha fatto paura diverse volte cadendo in quel sonno terribile e freddo che lo portava lontanissimo da noi, ogni suo risveglio è stato un sollievo anche se il suo respiro era rallentato, passava anche un minuto tra un respiro e l’altro e io e la mamma ad aspettare col fiato sospeso, ogni suo respiro era un nostro sospiro. Silvia e Michela hanno applicato a una gamba di papà un elastomero contenente un sacco di morfina e valium, nonostante ciò papà non è sedato del tutto e tra un sonno e l’altro trova il modo per farci ridere, è un po’ confuso spesso ha allucinazioni, dice che sta facendo un lavoro o finge di fumare, è simpatico e ci guarda con quell’espressione dei bambini quando giocano ai pompieri o ai cow boy, è talmente dolce che mi si spezza il cuore, vorrei sempre tenerlo tra le mie braccia. Questa settimana Silvia è venuta ogni mattina e spesso anche il pomeriggio per controllare papà, spesso dice di avere dolore e i sedativi non sono sufficienti. I nostri amici si riuniscono ogni giorno intorno a noi lo accudiscono e lo accarezzano, la mamma si sente al sicuro non siamo mai soli.

Il papà ci sta lasciando

Arriva il fine settimana e le condizioni di papà peggiorano proviamo un nuovo sedativo ma il suo effetto è scarso, si lamenta per il dolore, il suo respiro si fa più superficiale la mamma mi dice di  prepararmi che il peggio sta accadendo, le dico che esagera che i parametri vanno bene, misuro la saturazione ed è ottima, papà quando è sveglio si agita tenta di strapparsi i tubi e di scendere dal letto, spero non sia cosciente, non capisca che il suo peggioramento è così veloce, la domenica sera Elvira resta a casa nostra fino a tardi per vedere se papà si calma ma la notte è un delirio Cristina e Giorgia sono rimaste da noi e per fortuna perché verso mattina papà diventa ingestibile, il fiato finisce e lui si siede nel letto vuole scendere, ha fame d’aria, chiamo Elvira e Manu, Elvira è al lavoro, la Manu arriva e accudisce papà cerca di farlo calmare, nonostante calmanti e morfina ogni tre ore si sveglia, i suoi occhi sono sbarrati e chiarissimi, come se dentro avessero una luce che viene dal profondo, il profondo del dolore, sono gli occhi del terrore, senza pupille, gli occhi di un corpo che sta abbandonando l’anima. Silvia rimane quasi tutto il giorno a casa nostra, dice che papà sta morendo, non si spiega perché tutti quei farmaci non riescano a farlo dormire, non riescano a portarlo lontano da quel dolore, da quel tormento. Silvia va via alle 5 da casa nostra lasciando le istruzioni alla mamma per il momento della morte, la mamma è agitata, le sorelle di papà sono fuori di sè e le lacrime scendono senza tregua da tutti i visi che sono presenti nella stanza, la nonna Mirca si siede ai piedi del letto, Elvira e la mamma curano papà e io gli tengo la mano, il suo cuore batte ritmicamente come un tamburo, il mio guerriero non si arrende, non vuole separarsi da me, so di essere io la forza di quel cuore, so che non avrebbe voluto mai lasciarmi che avrebbe sofferto così mille anni pur di potermi comunque toccare, di potermi sentire al suo fianco. La famiglia di papà insiste per chiamare il prete a dare a papà l’estrema unzione, io non ne avevo mai sentito parlare. Elvira chiama Don Matteo che arriva in 5 minuti, il rito è straziante e la mamma ha le lacrime che scendono copiose io sono vicino a Stefano, è un amico, sta passando al mio fianco un momento terribile. Il prete finisce di pregare e rimane lì, immobile a guardare papà, la mamma lo guarda con aria curiosa si domanda perché non se ne vada, per un attimo ho l’impressione che abbia parlato con qualcuno che noi non vediamo, che stia attendendo che questo qualcuno venga a prendere mio padre, ci guarda e annuisce, spero davvero sia così che papà non vada via da solo, mi sento ribaltato all’indietro e il mio cuore batte fortissimo, gli oggetti di questa stanza hanno un colore diverso, anzi, hanno meno colore, tutto si fa grigio come quella nube dentro il mio stomaco, penso di sentirmi male. A un tratto le zie toccano papà e iniziano a strillare che è morto, ma io mi rendo conto che il suo cuore batte ancora, la rabbia mi devasta, il sangue mi frigge il cervello, vorrei picchiare tutti vorrei mandare via tutti, vorrei non fosse così, scappo di corsa con la mamma che mi insegue e dice di tornare dentro che in questo momento non possiamo arrenderci, mi faccio forza e con Giorgia rientro in stanza, la mamma fa spostare tutti e io prendo il mio grande eroe tra le braccia e lo stringo mentre fa gli ultimi respiri.

Ciao, papà…..