I risultati del convegno di Fondazione ANT e Fondazione Angelini
sulla comunicazione della sofferenza in medicina

In medicina, la sofferenza pervade inevitabilmente la maggior parte delle comunicazioni tra curanti e pazienti, anche quelle più tecniche. Di questo si è discusso a Bologna, nel corso di un convegno organizzato da Fondazione ANT e Fondazione Angelini: medici, psicologi e filosofi tra i maggiori esperti italiani sull’argomento si sono confrontati sul tema offrendo il proprio punto di vista a una platea di 130 professionisti sanitari e giornalisti.

Accompagnati lungo il percorso da Egidio A. Moja, professore ordinario di Psicologia Clinica dell’Università di Milano e da Silvia Varani, responsabile del Dipartimento di Psico-oncologia di Fondazione ANT, i relatori hanno aperto il confronto sul tema raggiungendo una comune conclusione: la personalizzazione della cura non passa dai protocolli, ma attraverso un percorso fatto di comunicazione, ascolto e relazione tra medico e paziente. Perché – per dirla con le parole del presidente ANT Raffaella Pannutil’obiettivo comune di clinici, scienziati e amministratori della sanità deve essere quello di lavorare insieme verso una medicina sempre più personalizzata e di valore.

La giornata di lavori si è aperta con un dibattito tra Guido Fanelli direttore scientifico di Fondazione ANT e padre della legge 38/2010 sul dolore e il medico e giornalista Roberto Satolli su diversa disponibilità e utilizzo dei farmaci antidolorifici nei Paesi del mondo. Da qui si è aperto il discorso sulla comunicazione della sofferenza, un problema ancora più complesso in ambito pediatrico. Come ha spiegato Franca Benini responsabile del Centro Regionale Veneto di Terapia Antalgica e Cure Palliative Pediatriche, più dell’80% dei bambini ricoverati in ospedale soffre di dolore e solo in un caso su tre questo viene adeguatamente misurato e trattato. Anche i pazienti adulti con dolore cronico, che solitamente cercano aiuto nell’ambulatorio del medico di medicina generale, rischiano spesso di non essere compresi nel vissuto soggettivo della loro sofferenza, e di conseguenza di non ricevere piani di cura individualizzati. Di questo argomento ha parlato Pierangelo Lora Aprile, segretario scientifico e responsabile nazionale Area Dolore e Cure Palliative SIMG, evidenziando come l’importanza di una comunicazione empatica divenga ancora maggiore nelle cure palliative, dove l’adesione alle terapie è possibile solo all’interno di una buona relazione.

Oltre agli aspetti strettamente clinici, la comunicazione della sofferenza è stata raccontata nella sua evoluzione storica e culturale, che la professoressa Maria Conforti ha ripercorso partendo dal De indolentia di Galeno del II° secolo d.C. fino ai giorni nostri. Se tanti secoli sono trascorsi, Sandro Spinsanti direttore Istituto Giano per le Medical Humanities, ha poi mostrato come l’etica abbia da sempre permeato e condizionato la medicina e il suo rapporto con la sofferenza in molteplici modi, dal moralismo, all’etica medica fino alla bioetica. Anche la cultura, e in particolare il cinema, ha saputo interpretare nel tempo il tema della comunicazione tra medico e paziente, come dimostrato da Stefano Caracciolo professore ordinario di Psicologia Clinica dell’Università di Ferrara con una selezione di scene tratte da pellicole famose.

Passando agli aspetti più operativi, se si pensa che ad esempio un oncologo si trova mediamente 20.000 volte, nella sua carriera, a dover comunicare una brutta notizia, è necessario che gli operatori sanitari posseggano gli strumenti adeguati, comunicativi e psicologici, per fronteggiare queste situazioni sostenendo pazienti e familiari senza però esaurirsi emotivamente. Guido Biasco presidente della Conferenza Nazionale Permanente dei Direttori di Master in Cure Palliative e Terapia del Dolore, e Fabrizio Consorti, presidente della Società Italiana di Pedagogia Medica, si sono confrontati sulle tematiche didattico-pedagogiche più rilevanti da trattare sia durante il corso di laurea in Medicina sia nei percorsi post lauream come specializzazioni e master, indispensabili per approfondire le conoscenze specifiche necessarie negli ambiti di intervento più delicati, come ad esempio le cure di fine vita.

Ma non esiste solo la sofferenza delle malattie gravi. Sono moltissime le situazioni dove tutti noi possiamo trovarci nella condizione di dover comunicare il nostro disagio sia fisico sia emotivo, e dove farsi capire può essere molto difficile. Esistono precisi segnali non verbali, ci ha ricordato Pio Enrico Ricci Bitti professore emerito di Psicologia Generale dell’Università di Bologna, che il curante deve saper cogliere per comprendere davvero cosa sta cercando di dirgli la persona in difficoltà. E ci sono situazioni nelle quali questo diviene vitale, come nel caso della comunicazione nell’emergenza che ha mostrato Alberto Zoli, direttore generale Azienda Regionale Emergenza Urgenza della Regione Lombardia, dove gli operatori del “Numero Unico per l’Emergenza 112” sono in grado di salvare vite umane attraverso la loro abilità di decodificare le informazioni che gli utenti forniscono, molto spesso, in uno stato di profonda agitazione, paura ed ansia.

Allo psicoanalista Claudio Cassardo il compito di raccontare come i pazienti esprimono la propria sofferenza quotidiana in seduta, un “mal di vivere” che viene spesso mascherato all’interno di conversazioni lunghe e talvolta noiose che se non attentamente interpretate possono mantenere nascosto per anni il grande dolore che alberga nell’animo di chi abbiamo di fronte e sta chiedendo aiuto.

Un ultimo contributo dal punto di vista della divulgazione scientifica è stato affidato a Paolo Vergnani formatore e psico-attore, autore di “La terapia del dolore”, volume che racconta delle criticità relazionali tra curanti e pazienti attraverso le narrazioni dei medici stessi.