Commenti sulla riforma del Terzo settore

Adesso che è stato definito un quadro civilistico unitario per gli Enti del Terzo Settore, il non profit non ha più scuse per una sua definitiva maturazione: le organizzazioni sanno che devono darsi una struttura, devono avere un impatto sociale riconoscibile e devono essere in grado di coordinarsi con efficienza ed efficacia con il mondo pubblico.

Per capire in quale direzione andare, bisogna partire dalle ragioni e dal contesto in cui sono nate le associazioni: ossia dall’iniziativa di privati cittadini in risposta a un bisogno non ancora soddisfatto dagli enti pubblici. Quindi, prima di tutto, possiamo definire gli ETS come un “pungolo” per l’amministrazione pubblica. L’esempio di ANT segue questa strada e precorre, in un certo senso, la riforma del Terzo Settore: quando abbiamo cominciato quarant’anni fa, in Italia non si parlava di assistenza domiciliare, ora invece la sanità pubblica non prescinde più da questo modello per la cura dei malati cronici.

In un secondo momento è però necessario che le realtà non profit dimostrino di saper creare un impatto sociale significativo per la comunità in cui operano, generando un cambiamento. È quindi corretto che la misurazione dell’impatto sia contemplata nella riforma, un procedimento che favorisce il miglioramento della governance interna degli enti stessi e i cui risultati possono essere “spesi” a livello di raccolta fondi, per dimostrare gli effetti che hanno le donazioni.

Maturazione significa anche organizzazione e struttura – quelle necessarie per portare avanti le attività commerciali previste dalla Riforma – e azzeramento di ogni antagonismo e contrapposizione: anche gli enti del Terzo Settore concorrono al “bene” comune, per garantire quel welfare sociale che il settore pubblico non può più garantire da solo.

Per questo è importante che gli ETS siano capaci di fare massa critica. Il mondo del volontariato e il Terzo Settore in generale sono spesso autoreferenziali. Se a una persona o a un gruppo di persone viene in mente – faccio un esempio – di fare assistenza domiciliare, difficilmente si pongono il problema di fare una “ricerca di mercato” per vedere se c’è già qualcuno che lo fa, ma piuttosto si imbarcano immediatamente in questa avventura. I rischi di un comportamento del genere, tipico del mondo del volontariato, sono quelli di creare disorientamento tra i possibili donatori, incapacità di fare massa critica e di conseguenza produrre un servizio di scarsa qualità.

Attenzione: non voglio dire che i “competitor” non siano positivi per un eventuale sviluppo di alcuni servizi, ma sono profondamente contraria alla parcellizzazione e alla frammentazione di un’attività che si traduce in mancanza di impatto sociale e incapacità di garantire un servizio su vasta scala. In questo senso, il ruolo del Pubblico diventa fondamentale per dettare le linee guida in cui gli ETS devono insistere. I piani di zona sono già un esempio, o quello che il nostro ministro Minniti ha cercato di fare nel coordinamento degli aiuti agli immigrati. In sanità invece siamo ancora un po’ indietro.

A questo deve servire la riforma del Terzo Settore: a favorire uno sviluppo e una maturazione degli ETS e una migliore integrazione tra pubblico, privato e privato sociale. Nuove regole e nuove strutture non garantiscono di per sé questi risultati, se non scaturiscono da esperienze ed esigenze maturate sul campo.

Raffaella Pannuti

Presidente

Fondazione ANT Italia ONLUS