Da Firenze

Molte volte mi ritrovo a pensare che la mia professione mi doni ogni giorno l’opportunità di incontrare storie… raccontate con un filo di voce, con un pianto, con un silenzio o con parole rabbiose e disperate. E ogni volta è un nuovo incontro, un modo diverso dalla volta precedente per entrare in relazione con chi ti si presenta davanti. Nel primo istante in cui incontri un nuovo “paziente” (perché è in questa veste che le persone si presentano al servizio…) il tentativo è quello di far trovare la porta aperta: quante regole, quante buone prassi, quante righe lette sui libri sull’approccio al paziente, indicazioni, protocolli, tecniche…

Ma immediatamente quando arriva una persona da me, il bisogno che senti forte è solo quello di accoglierla.

Ed è proprio in questa accoglienza che si apre spontaneamente quella porta, quello spazio che troppo spesso vedi essere mancato fino a quel momento.

Una persona malata è una persona con un mondo emozionale sconvolto: gli equilibri fino ad allora faticosamente raggiunti, le certezze che si credeva di aver acquisito, le ovvietà che davamo per scontato, in un momento vengono centrifugate e le emozioni di improvviso si sovrappongono, si scambiano il posto, si perdono e poi si mescolano diventando così difficili da definire da non riuscire a dar loro neppure il giusto nome: rabbia, disperazione, tristezza, ansia, paura, impotenza… tutte indefinite, tutte nel medesimo momento. E allora ci si trova a non riuscire più a sentirsi, come se si percpisse solo un gran frastuono dentro che ci tormenta e che il mondo intorno, improvvisamente diventato uno sconosciuto, non riesce a capire nella loro intensità.

Che fare? Farsi travolgere dal frastuono o mettere il silenziatore?

Quanta solitudine… una solitudine interiore che rimane imprigionata in attesa di parole che riescano a definirla e di persone che riescano ad accoglierla e a tollerarla. Perchè un malato di tumore ha anche una profonda paura di comunicare agli altri la SUA paura come se questa, così profonda e così tagliente, potesse essere pericolosa, potesse ferirli, danneggiarli, allontanarli. E va a finire che la persona malata, oltre a prendersi in carico il suo mondo emozionale, si prenda in carico anche quello altrui con una delicatezza, una dedizione e un rispetto che la ergono a supereroe, dunque invisibile nel suo bisogno di accoglienza.

Quando arriva una diagnosi di tumore il tempo si rompe in due: la diagnosi segna inesorabilmente un prima e un dopo nella mente di chi la vive. Passato e futuro diventano nitidamente percepiti nella loro distanza e il presente assume la forma di un tempo nuovo dove le regole cambiano in un attimo e non ne conosciamo neanche una; come se improvvisamente ci avessero tolto di mano il libro che stavamo scrivendo e ce ne avessero dato uno nuovo, tutto da scrivere con un linguaggio diverso. Piano piano si incontrano nella malattia persone che ci danno qualche indizio e qualche codice per cominciare a scriverlo e si comincia ad apprendere una serie di informazioni e conoscenze che ci rendono partecipi del percorso che si sta facendo: ed ecco che si entra a pieno titolo nella categoria dei “pazienti oncologici”: si entra in quei reparti che ci hanno fatto fino a quel momento paura solo a nominarli, si balza da una visita a un’altra, da un’attesa a un responso, da un medico gentile ad un altro frettoloso e si entra così, senza essercene neanche accorti del tutto, nel mondo della malattia.

Il corpo paga un prezzo molto alto: quel corpo che fino a ieri veniva dato per scontato e che oggi, divenuto disobbediente, diventa portatore di un nemico che talvolta neanche si mostra… silente, subdolo, invisibile.

Psicologicamente ed emotivamente è difficile farsi propria l’idea di un corpo malato che segue strade che non gli abbiamo indicato e che rischia di smarrirsi… faticosamente lo inseguiamo quel corpo, lo curiamo con potenti cocktail, lo tagliamo, lo buchiamo, lo proteggiamo in tutti i modi, ci esponiamo ormai in maniera piuttosto scontata a manovre mediche ed infermieristiche che fino a quel momento ci terrorizzavano. Ma quanta fatica per quel corpo e quanto dolore per quella mente.

Arriva per alcuni il momento di prendersi cura di quella mente che fino ad allora si è occupata solo di non far smarrire quel corpo che ha preso la strada sbagliata.

Allora qualcuno decide di dar voce a quel tormento, di aprire le dighe del controllo e dell’invincibilità emotiva.

Molto spesso, come detto, il bisogno di chiedere un supporto psicologico arriva in un secondo momento; forse in quel momento in cui le acque si sono calmate, il linguaggio della malattia comincia ad essere meno sconosciuto, il corpo si sta curando e si decide che anche le ferite dell’anima hanno bisogno del loro luogo di cura.

Cosa portano i pazienti nelle stanze degli psicologi?

Portano loro stessi, portano il loro modo di vivere la malattia, portano le loro relazioni che inevitabilmente si sono colorate di aspetti nuovi, di scoperte, di nuovi equilibri… di squilibri, portano il loro corpo con le tracce della malattia e qualcuno ha il profondo desiderio di mostrarli quei segni quasi come prova di un dolore che non si vede… portano le loro parrucche, i loro foulard, portano il loro orgoglio di combattenti e la loro paura di prede…. Tanta paura viene portata…

Il nostro compito è quello di accogliere il loro mondo e le loro storie, di accogliere quei corpi e quei volti che magari da una visita ad un’altra cambiano, di dare un nome ed un ordine alle loro paure, di legittimarle, di dargli voce, di urlarle, di piangerle… ognuno porta se stesso con il suo modo speciale di vivere la sua malattia ma con il tempo ho preziosamente imparato che ciascuno porta anche un profondo orgoglio, una cura per sé, un attenzione nuova alla propria persona, un tempo diverso percepito minuto per minuto.

Nel mio viaggio in qualità di psicologa operante nel settore dei pazienti oncologici, ho incontrato, tra le altre, due meravigliose donne che quotidianamente si impegnano ad acquisire un nuovo sistema di significati per la vita. Mi sento sempre di ringraziare quelle persone che così limpidamente mi donano pezzi di sè, mi lasciano in custodia i loro pensieri e quando le persone mi chiedono – e me lo chiedono spesso – “ma come fai a proteggerti da tutte le cose pesanti che i pazienti ti buttano addosso?”…. io semplicemente mi rispondo che forse vale la pena non ergere protezioni perché molto di buono c’è da fare entrare…