Voleva vivere al meglio la vita che le rimaneva

Da Bologna

Quando ci siamo conosciute, A. aveva circa 68 anni. La sua storia di malattia era molto lunga; era iniziata con una diagnosi di tumore rino-faringe, alla quale erano seguite numerose recidive, all’incirca ogni anno, anno e mezzo. Si era sottoposta a cure lunghissime e pesanti, chemio, radio e interventi chirurgici. Cure che avevano lasciato degli strascichi dolorosi nel corpo e nell’anima: il suo collo portava ancora i segni delle ustioni da radioterapia, a distanza di anni, la sua voce non era più la stessa, il suo corpo neanche; conviveva con un dolore che non era affatto facile da controllare. Non riusciva più a mangiare e a bere, era diventata disfagica e anche una cosa semplice come bere un bicchiere d’acqua per lei era estremamente complicata.

Era impossibile non accorgersi della sua forza e della sua determinazione stando con lei, poi, però, veniva fuori una grande e comprensibile stanchezza. Si era salvata dalla rottura di una carotide due anni prima, ma spesso, quando mi raccontava di quei mesi, mi chiedeva se davvero fosse stata una fortuna essersi salvata, se potesse davvero aver avuto un senso, perché continuare a vivere così era davvero difficile.

Aveva bisogno di parlare, di piangere. Non voleva e non poteva farlo con suo marito, voleva proteggerlo, lo vedeva troppo in difficoltà. E farlo la aiutava: “Mi sentivo come un gomitolo di lana, aggrovigliato, adesso sento che questo filo riesce a scorrere. A tratti si blocca ancora, ma poi torna a scorrere di nuovo”.

All’ennesima recidiva, stavolta non operabile, decise che non voleva più fare chemioterapia. Provò, per amore nei confronti di suo marito, ma gli effetti collaterali furono talmente devastanti che non fecero che convincerla ancora di più che non fosse il caso di sottoporsi ad altri trattamenti. Voleva vivere al meglio la vita che le rimaneva e così ha fatto, tra un sorriso e una lacrima, condividendo con me quel mostro terribile che è la paura. Ha provato fino all’ultimo a guardare e cercare di assaporare quel lato bello che la vita poteva ancora offrirle, fosse anche solo una giornata di sole vista dalla finestra.

Nel nostro ultimo incontro mi ha detto: “Dottoressa, prenda i due pupazzi che ho sulla credenza e li porti alla sua bimba stasera, la prego”. È stato il suo ultimo regalo.