Raffaella Pannuti, presidente ANT:
Se l’esperienza di questi giorni porterà a cambiamenti permanenti dei nostri modelli organizzativi, l’assistenza domiciliare ricopre senza dubbio un ruolo strategico che dobbiamo valorizzare

La diffusione del Covid-19 in Italia continua ad allarmarci e ad addolorarci profondamente per la perdita enorme di vite umane, un cordoglio che travalica la dimensione personale e familiare per coinvolgere l’intera collettività. Se i dati degli ultimi giorni sulla stabilizzazione della curva dei contagi cominciano a farci intravedere una timida luce in fondo al tunnel, resta però la consapevolezza che anche quando riusciremo a superare la fase acuta, e inizierà la cosiddetta Fase 2 che il presidente Conte definisce di convivenza con il virus, continuerà ad esserci un grande numero di persone da assistere e da monitorare, per curare chi si ammala oppure sta guarendo e per prevenire ulteriori ondate di contagi.

Le strategie che le regioni più colpite stanno avviando per affrontare questa situazione, seppur mostrando alcuni elementi di differenza, concordano su un aspetto: potenziare il domicilio come luogo di cura per questi pazienti e naturalmente come setting di sorveglianza dell’epidemia. In un momento di grande emergenza per la rete sanitaria italiana, dove è molto difficile capire cosa sia meglio fare per affrontare un virus che 3 mesi fa non conoscevamo nemmeno e dove è necessario approntare strategie efficaci in tempi rapidi, emerge ancora una volta la centralità della cura al domicilio, un modello di presa in carico che la Fondazione ANT porta avanti in 11 regioni italiane, assistendo ogni anno circa 10.000 pazienti fragili, spesso con bisogni socio-sanitari complessi. Le persone che ANT cura quotidianamente grazie ad un’assistenza specialistica multidisciplinare, per lo più anziani affetti da una patologia oncologica in fase avanzata, fanno parte di quella categoria a maggiore rischio di infezione che oggi più che mai siamo impegnati a proteggere e a mantenere in sicurezza, evitando il più possibile le ospedalizzazioni e limitando quindi il rischio di contagio. Il modello di assistenza domiciliare che l’oncologo Franco Pannuti, fondatore di ANT, decise di adottare ormai più di 40 anni fa, si riflette nei fatti e nelle parole attualissime, pronunciate pochi giorni fa dal commissario regionale ad acta per l’emergenza coronavirus in Emilia-Romagna, Sergio Venturi, che per contrattaccare il virus parla di un cambio di strategia, non stare più chiusi nei fortini ma andare a casa delle persone.

Se curare a casa le fasce di popolazione più fragili, obiettivo appunto delle cure palliative domiciliari, presenta vantaggi documentati in termini di costo-efficacia in situazioni di “normalità”, diviene ancora più essenziale quando il rischio di contrarre un’infezione aggressiva è più elevato. Riuscire ad assistere le persone a casa significa supportare gli ospedali limitando i ricoveri, e in più proteggere anche i caregiver migliorando la qualità di vita di tutto il nucleo familiare, non solo dal punto di vista psico-fisico ma anche nella dimensione affettiva e relazionale, che oggi tanto ci manca.

Per rendersi conto del bisogno, da parte del Servizio Sanitario Nazionale, di investire nelle cure domiciliari, basta osservare il crescente numero di attivazioni dell’assistenza in molte province italiane dove ANT è presente, poiché aumentano le dimissioni dagli ospedali che stanno riorganizzando i reparti a causa dell’epidemia Covid-19. Si sta muovendo in questa direzione anche la Regione Lombardia, che con la deliberazione n° XI/2986 del 23 marzo scorso ha stabilito un percorso di potenziamento dell’attività sanitaria domiciliare, sia per la gestione dei pazienti, sia per la sorveglianza sindromica del Covid-19. Un punto del documento riguarda specificatamente la riorganizzazione straordinaria della rete locale delle cure palliative, che in questo scenario ricopre un ruolo strategico per la tutela delle fasce di popolazione più a rischio.

Se è vero che l’esperienza di questi giorni porterà a cambiamenti permanenti dei nostri modelli organizzativi, l’assistenza domiciliare ricopre senza dubbio un ruolo strategico, che dobbiamo valorizzare con percorsi di cura integrati tra pubblico e privato sociale, definiti a livello nazionale. Le evidenze scientifiche lo dimostrano da tempo e la pratica clinica lo conferma quotidianamente. Si stanno sempre più configurando due poli assistenziali con caratteristiche e finalità ben definite. Da un lato l’ospedale, che costituisce il setting dedicato al trattamento delle fasi acute nelle situazioni di alta complessità clinica, e dall’altro le cure territoriali che permettono di gestire ambulatorialmente e al domicilio, una gamma sempre crescente di interventi sostitutivi ai ricoveri. Per citare un esempio tra tanti, Fondazione ANT ormai da anni impianta al domicilio i PICC, cioè cateteri venosi centrali ad inserzione periferica utili per le terapie infusionali, le emotrasfusioni, la nutrizione parenterale e la chemioterapia. Oltre a un notevole abbassamento dei costi sanitari, uno studio ANT di qualche anno fa evidenzia l’appropriatezza clinica di tale procedura, con solo 4 casi di infezioni su 333 PICC posizionati. E i vantaggi in termini di costo-efficacia non si limitano alle cure palliative, basti pensare alle prospettive che potrebbe avere il potenziamento della somministrazione domiciliare delle terapie anticancro, con un notevole alleggerimento dell’affluenza nei day hospital e negli ambulatori. Dobbiamo infatti ricordare che anche in presenza della grave emergenza che stiamo attraversando a causa del virus, le altre malattie non si fermano, ma continuano ad affliggere i pazienti con la medesima intensità ma con le problematiche consuete aggravate dalla situazione di difficoltà generale. E per questo motivo stiamo continuando anche noi, medici, infermieri e psicologi di ANT e delle altre organizzazioni della rete sanitaria, ad assisterli con lo stesso impegno e la stessa energia di sempre.

Raffaella Pannuti

Presidente Fondazione ANT Italia ONLUS