Da marzo 2020 la pandemia ci ha cambiato le modalità assistenziali, per minimizzare il rischio di contagio. I cambiamenti improvvisi, accompagnati dal timore di essere contagiati o di poter essere veicolo di contagio sia per i pazienti che per i propri cari, possono aver generato negli operatori sanitari vissuti di malessere psico-fisico e aver incrementato il livello di burnout*, incidendo negativamente sulla soddisfazione lavorativa e sulla qualità dell’assistenza fornita. 
Per questo motivo ANT ha deciso di svolgere una ricerca per indagare come i propri operatori sanitari hanno vissuto il lavoro, valutando il loro livello di burnout e le principali problematiche durante il periodo di pandemia.
I risultati dell’indagine condotta nella fase 2 del lockdown 2020 su un campione di 145  tra medici e infermieri di assistenza domiciliare (su 198 invitati a partecipare, con un tasso di partecipazione del 73,2%) sono stati paragonati con i dati raccolti nel 2016 su analogo campione. Una batteria di questionari è stata somministrata a medici e infermieri del dipartimento sanitario ANT, approfondita da 30 interviste telefoniche semi-strutturate condotte e analizzate dai ricercatori del Dipartimento Formazione e Ricerca della Fondazione.
I risultati mostrano che i livelli di burnout paradossalmente si sono abbassati: si può dire che nell’epoca del Covid-19 la consapevolezza di essere in prima linea nel contenimento dell’epidemia, insieme al senso di responsabilità nei confronti di pazienti ad alto rischio può aver fatto crescere il distress nei professionisti, ma, dall’altro lato, questa particolare condizione ha ottimizzato il loro senso di soddisfazione professionale e realizzazione personale.
Nelle interviste risulta che la percezione di essere le uniche figure di riferimento per le famiglie ha giocato un ruolo decisivo nel loro benessere psico-fisico. I medici e gli infermieri infatti raccontano che continuamente hanno lavorato per supportare e rassicurare le famiglie, costituendo in molti casi l’unica loro finestra relazionale su quello che avveniva fuori dalle mura di casa, durante tutto periodo di lockdown. Sono stati il più delle volte gli operatori ANT – nella fase iniziale del marzo/aprile 2020 – a fornire i DPI di cui le famiglie necessitavano per proteggersi dal virus, e si sono occupati di educarle pazientemente alla prevenzione del contagio. Questa situazione ha sicuramente fatto emergere un forte senso di responsabilità verso i pazienti e i loro caregiver, assieme alla ferma volontà di non abbandonarli. 
In sintesi si può affermare che questi fattori siano stati protettivi per gli operatori sanitari ANT circa lo sviluppo di burnout in una situazione critica come quella che abbiamo attraversato. Allo stesso modo, la ricerca rende evidente l’importanza delle cure palliative domiciliari durante un’emergenza sanitaria. Un’importanza di cui ANT da più di 40 anni si fa portatrice.
Lo studio è attualmente oggetto di follow up, a oltre un anno dal lockdown 2020: i ricercatori di ANT stanno infatti sottoponendo agli operatori della Fondazione i medesimi questionari per capire se, dopo oltre 12 mesi, in una condizione di cronicizzazione dell’emergenza, la situazione e gli stati d’animo personali hanno subìto delle evoluzioni.

*Il burnout è un insieme di sintomi che deriva da una condizione di stress cronico e persistente, associato al contesto lavorativo.