“Non posso dire di essere felicissima, ma sono contenta di questo primo tassello così importante per la vita di tante famiglie. Mentre fino a oggi non era stato fatto niente”. Sento di accodarmi, tentando di formulare un giudizio a caldo sul ddl in tema di caregiving appena approvato dal Consiglio dei ministri dopo due anni di gestazione, alle prime parole della ministra Locatelli. Già, perché se il testo controfirmato dal Governo è intitolato ‘Disposizioni in materia di riconoscimento e tutela del caregiver familiare’, per ora sul primo fronte le novità sono più impattanti che sul secondo.
Mi spiego. Il tema del mancato riconoscimento dei quasi 7 milioni di caregiver stimati in Italia dall’Istat, fin qui una triste realtà italiana valsa anche un richiamo formale dell’Onu per violazione degli obblighi dettati dalla Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità, viene oggi finalmente (e meritoriamente) superato. E viene superato grazie a un sistema, tutto sommato sensato, articolato in quattro tutele differenziate: chi abbia un Isee fino a 15mila euro combinato con almeno 91 ore settimanali di assistenza a un caro malato con cui convive sarà in prima fascia, mentre in seconda sarà chi deve gestire un monte ore compreso fra le 29 e le 91, in terza chi fra le 10 e le 29 e in quarta chi, pur con un impegno di oltre 30 ore, non si trovi a convivere con l’assistito.
Parlando di tutele, però, si finisce per parlare di soldi. E, da questo punto di vista, se dovessimo dividere per 7 milioni i 257 milioni di euro l’anno messi in campo per il triennio 2026-2028 (a cui però i caregiver ammessi accederanno solo a partire dal 2027) e se dovessimo valutare la cifra di 400 euro mensili posta in mano ai caregiver di prima fascia, finiremmo per sposare di nuovo la visione della stessa ministra, che ha definito “basso” l’ammontare delle risorse messe a bilancio. Certo, ora 1,15 milioni serviranno, ad esempio, per predisporre la piattaforma Inps che raccoglierà le richieste di sostegno e, certo, nel disegno di legge sono previste anche varie misure di sostegno di carattere non prettamente economico (dal supporto psicologico al salto delle liste d’attesa per interventi sanitari urgenti e dal riconoscimento delle competenze acquisite dal caregiver all’atto del reinserimento al lavoro fino allo smart-working agevolato e ad altre forme di flessibilità), ma sul versante puramente economico è indubbio che tutti noi, che di sostegno al caregiving ci occupiamo da decenni, ci attendessimo qualcosa di più.
Ma non è detto che questo qualcosa non arriverà (questo l’auspicio della Locatelli alla vigilia di un iter parlamentare che, si spera, possa ampliare il bacino di risorse a disposizione) e, per ora, noi di Fondazione ANT possiamo a buona ragione sperare che le nuove forme di riconoscimento di questa categoria troppo spesso data per scontata arricchiscano il quadro di quanto noi, per loro, mettiamo in campo da anni. Dal supporto psico-oncologico gratuito alle attività di formazione in presenza e da remoto, passando per i servizi di accompagnamento del paziente e per i progetti di ricerca che mirano a costruire setting assistenziali sempre più caregiver-friendly, in ANT il nostro personalissimo ddl caregiving lo abbiamo firmato tanto tempo fa. Senza contare che proprio alla fine dello scorso anno abbiamo avuto l’onore di avviare in qualità di capofila (prima volta in Italia per un ETS) il Progetto Europeo SPES4Caregivers (https://ant.it/ricerca/progetto-spes/), dedicato alla costruzione di strumenti formativi ad hoc che rendano il caregiver in grado di affrontare la sfida della malattia di una persona vicina con maggiori dignità e, quando possibile, serenità.
Raffaella Pannuti, Presidente Fondazione ANT