A che cosa serve un servizio di assistenza domiciliare gratuita quando esiste già il Pronto Soccorso, altrettanto gratuito? Serve, prima di tutto, ad evitare quanto accaduto qualche giorno a Senigallia al signor Franco e alla signora Cecilia (https://www.corriere.it/cronache/26_gennaio_16/senigallia-nessun-letto-in-ospedale-malato-di-tumore-lasciato-in-attesa-a-terra-per-ore-e-la-moglie-esasperata-pubblica-un-foto-48d4b358-e9b7-4de1-a694-3bef6324dxlk.shtml).
O, meglio, io sono fermamente convinta che gli standard assistenziali raggiunti dalle équipe di Fondazione ANT siano, per competenza scientifica e per attenzione al versante umano, comparabili e forse superiori a quelli di molte strutture sanitarie pubbliche e private del nostro Paese. Ma su questo, chiaramente, si potrà sempre discutere. Quello su cui, invece, non si può e non si potrà mai discutere è l’assoluta certezza che, rendendo universale l’accesso all’assistenza a domicilio, nessun paziente oncologico residente in Italia dovrebbe più rannicchiarsi per terra per otto ore in un corridoio di ospedale, in preda a dolori atroci, in attesa di una barella.
Perché il senso profondo dell’idea di domiciliarità delle cure, al netto dei benefici psico-fisici per chi viene curato, al netto del risparmio economico per la collettività, al netto dell’abbattimento delle difficoltà pratiche legate a spostamenti e burocrazia e al netto del parallelo sollievo che ricevono i caregiver, è sostanzialmente la certezza di essere sempre curati nei modi e nei tempi di cui si ha bisogno.
Quando mio padre mise a frutto la sua esperienza di primario di oncologie puntando tutto sulla trasformazione delle camere da letto delle persone malate in setting assistenziali, infatti, pensava a proprio a questo. Intendeva contribuire a costruire un mondo in cui i malati oncologici si dovessero rivolgere ai pronti soccorso solo in caso di acuzie, con la possibilità di curare i sintomi cronici a casa.
Quindi, nell’offrire a questa coppia maltrattata la mia comprensione e la mia empatia e senza volere infierire su addetti alla sanità che sono certa facciano ogni giorno del loro meglio, ricordo a tutte le istituzioni politiche e sanitarie che una soluzione valida per scongiurare avvenimenti tanto penosi esiste da molti decenni e merita di essere guardata come un investimento e non come un fastidio o, peggio, un pericolo.
Si chiama assistenza domiciliare e Fondazione ANT la rende realtà, ogni giorno, dal 1983.
Raffaella Pannuti, presidente Fondazione ANT