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Verso una nuova normalità

L’avvio verso la guarigione e l’uscita di Berlusconi dall’Ospedale mi inducono ad alcune riflessioni.

Innanzitutto, sono felice che una persona considerata “a rischio” sia riuscita a vincere il COVID-19. Oltre a considerazioni umane in questa guarigione c’è anche il progresso di una medicina che sembra guadagnare cure, e razionali di cura, più solidamente efficaci nella gestione clinica delle persone anziane e più fragili della società.

Una seconda riflessione però riguarda un aspetto che a mio parere dovrebbe essere corretto. Si tratta della dimensione della percezione sociale della pandemia. Certamente siamo stati colpiti da un evento nuovo e drammatico, che si porta dietro un carico di decessi veramente straordinario. Però non è sul numero di morti da COVID-19 che si deve focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica quando i discorsi sono modulati sulla necessità di rispettare regole di comportamento che dovrebbero limitare il contagio. I decessi vengono infatti usati come deterrente per evitare il mancato rispetto di regole sanitarie e il continuo parlare di morte da COVID-19 corre il rischio di dimenticare altri e ben noti problemi di salute pubblica, e tra questi i tumori.

Quello che intendo è che il macabro bollettino quotidiano non dovrebbe sottrarre l’attenzione da altre condizioni di malattia egualmente gravi, drammatiche e mortali.

Il supporto alla sofferenza dei pazienti con tumore e delle loro famiglie deve rimanere un obiettivo culturale e operativo, di ricerca e di formazione tra i prioritari al mondo perché il tumore è purtroppo una devastazione contro la quale, come società civile, non possiamo abbassare la guardia.

I quattrocentocinquanta morti ogni giorno in Italia per questa malattia segnalano la rilevanza del problema.

Debbono assolutamente riprendere con la stessa intensità le visite di prevenzione, se non vogliamo che questi dati peggiorino ulteriormente e contemporaneamente dobbiamo sperare che vengano messi a disposizione i fondi necessari per ripensare ad un modello di sanità pubblica inclusiva del terzo settore affinché si dia più spazio alle cure domiciliari già in fase precoce della malattia per permettere una migliore e più sicura gestione del Sofferente.

Quindi, penso che la divulgazione di un tema di salute pubblica non debba essere presentato con il numero dei morti. Questo serve solo a spaventare e a dare la dimensione di una parte del problema, la inguaribilità. Invece, lasciando agli operatori della salute questo argomento, quello che bisogna infondere è la fiducia, seguendo le regole che la scienza ci suggerisce per evitare di ammalarsi ma anche consolidando programmi operativi utili non solo per una guarigione ma anche per sostenere la vita pur di fronte alla ineluttabilità della morte, quando non si può guarire.

Apriamo il dibattito su come vogliamo vivere, di questo dovremmo discutere nei prossimi mesi.

Il virus, il tumore, altre patologie faranno ancora parte della nostra vita, per un po’ di tempo almeno. Però dobbiamo poter continuare a lavorare, come i nostri figli devono continuare a crescere, consapevoli ma senza eccessiva paura, fiduciosi che il genere umano saprà reagire con intelligenza e determinazione.

Rinunciamo a parlare troppo di morte e impariamo a vivere con serietà, consapevolezza ma non paura, e nello stesso tempo cerchiamo strumenti e sosteniamo azioni per procedere con serenità, anche se dovremo indossare una mascherina.

Raffaella Pannuti

Presidente Fondazione ANT Italia Onlus